CON “ADOLPHE” IL SALOTTO BORGHESE DIVENTA RING “E TRA EQUIVOCI E PARVENZE NON SI SALVA NESSUNO”

La parola ad Auretta Sterrantino (regia e adattamento drammaturgico )

Ultimo spettacolo di “Atto Unico. Scene di Vita, Vite di Scena”, firmato – per regia e adattamento drammaturgico – da Auretta Sterrantino, che per la prima volta, grazie a “Adolphe. The importance of being…” si misura con la speciale vis comica di un’ironia amara e spietata.

 

Il titolo per assonanza richiama Wilde. Da cosa è stata motivata la scelta del testo?

Le dinamiche della pièce originale, “Le Prènom”, punto di partenza del nostro lavoro, prendono le mosse proprio da una diatriba sull’opportunità di assegnare un nome a un bimbo che sta per nascere. Può un nome influenzare o determinare il carattere o la vita di una persona? Ne Le prènom come in Adolphe la questione non è giocata sull’assonanza tra un nome e una qualità (Ernesto/onesto, evidente nella lingua originale Ernest/earnest) ma tra un nome e un personaggio che rappresenta per antonomasia ciò che nessun uomo di buon senso vorrebbe per i propri figli.

Esattamente come, nel salotto delle nobili svagate di Wilde, si discute con serietà, competenza e precisione sull’opportunità di un nome, argomentando le tesi con estrema sistematicità, a distanza di qualche secolo in un salotto di un professore universitario della Sorbona si ripropone una dinamica simile, con toni però decisamente più accesi, a tratti violenti. Non si può non cogliere il legame. È troppo ghiotto. Come quello con Shakespeare (Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo). Cosa conta? Un nome o ciò che si è? Qual è il confine tra significato e significante?

Se si può semplificare, qual è il “genere” di questo spettacolo?

Di sicuro è molto distante da tutto quello che ho fatto finora. In realtà cerco di spaziare fra generi completamente diversi, tentando di riportare in ogni studio/lavoro una cifra stilistica riconoscibile che è poi il mio occhio sulle cose, il mio mondo. Quella che potrebbe dirsi “la mano del regista”. La sfida è quella di lavorare muovendosi su una linea sottilissima che è quella dell’ironia e del sarcasmo contrapponendola ad una serietà totalizzante. Ci sono voci che non si incontrano in questo spettacolo. Si parlano ma non si capiscono. Per questo ho cercato di amplificare “il tempo interno” di ciascu personaggio, che si muove ad un ritmo degli altri, spesso ignorandoli. Esce fuori un’estremo egoismo che non ci consente di cogliere mai gli impulsi circostanti e che ci tiene intrappolati in una dimensione sempre differente rispetto agli altri. E poi si denuncia un’incredibile ottusità, manifestata proprio da quella classe intellettuale che invece dovrebbe avere gli strumenti per comprendere, dovrebbe costituire l’intellighentia della società in cui viviamo.

Cifra primaria della regia?

La regia è tutta giocata sulla contrapposizione tra equivoco e serietà, tra gioco e beffa, tra sincerità e “parvenza”. Ma soprattutto è uno spettacolo che pone l’accento sull’esasperazione dell’ego, sulla cultura dell’io che non lascia spazio – e come potrebbe? – né al dialogo né ad alcuna possibilità di comprensione sincera. Tutto dunque si muove sul limite e si gioca sull’equilibrio delle parti. Un equilibrio, in realtà, totalmente precario per diversi motivi. Innanzitutto per il ruolo giocato da Anna all’interno dello spettacolo. Se da un lato Babou non si spaventa di esporre il proprio punto di vista, ma in realtà non fa altro che scimmiottare le idee e le ideologie del marito, annullandosi, dall’altro  Claude, la “Svizzera”, funge da stato cuscinetto, terreno neutrale. Diversamente Anna non ha peli sulla lingua ed è pronta a tutto per riuscire a tirare fuori la verità, liberandosi da uno stato di calma apparente nel quale si ritrova intrappolata. Da un certo punto di vista, insieme all’inconsapevole Vincent certo, è la principale responsabile del totale cambio di dinamiche nel corso della cena. Il risultato sono certa sarà sorprendente perché in realtà si tratta di un gioco al massacro, un gioco in cui noi tutti, attori e staff regia, dobbiamo essere in grado di oscillare tra la compostezza del perbenismo e la spietatezza tipica di chi si sente toccato nel profondo e scatta per difendersi. Improvvisamente il salotto de “l’allegra famiglia” diventa il ring di un incontro di wrestling. E non si salva nessuno.

Anche qui: quale “senso/messaggio” affidi a questo spettacolo?

In realtà c’è una riflessione di fondo che parte proprio dalla domanda che ponevo all’inizio: qual è il confine tra significato e significante? Quanto il tuo ruolo sociale, il guscio che ti sei costruito, tutte le sovrastrutture che ti sorreggono costituiscono la tua essenza? Quanto avere il titolo di “professore” ci rende tale? Quanto piuttosto le convenzioni sociali appiattiscono la nostra capacità di riflessione? E quanto, ancora, siamo disposti a nascondere o nasconderci per non rompere l’illusione del “va tutto bene”? Una serie di riflessioni che si accavallano una dietro l’altra, costringendoci senza pietà a fare i conti sul nostro modo di gestire i rapporti, superando troppo spesso il confine tra mediazione e falsità.

Da dove nasce l’idea?

Ho visto il film, “Cena tra amici”, e l’ho trovato irresistibile. Ho pensato di avere a disposizione il cast perfetto per metterlo in scena. Non ho avuto alcun dubbio sull’attribuzione dei ruoli. Ho iniziato a fare ricerche e ho scoperto che il film veniva fuori da una pièce teatrale francese e lì ho capito che non avevo scelta. Ho immediatamente iniziato a studiare il testo francese e il romanzo di B. Constant, “Adolphe”, e piano piano si è affacciato alla mia mente Oscar Wilde con “The importance of being Earnest” un testo che ho sempre desiderato mettere in scena. Poi mi è passato dalle mani un libro, “Lui è tornato” di Timur Vermes, e ho capito che era proprio arrivato il momento per “Adolphe. The importance of being…”.

Descrivi l’emozione con cui ti sei avvicinata a questa regia

Un po’ di quella sana paura costruttiva che sento sempre quando inizio un nuovo percorso. adoro la fase dello studio e del montaggio sono estremamente arricchenti. Tutti i sensi sono vigili e stimolati.

Questa volta devo affrontare una patina di comicità con la quale ancora non mi sono mai misurata. So però che Livio Bisignano, Loredana Bruno, Oreste De Pasquale, Giada Vadalà hanno tutte le carte per tirare fuori l’anima ironica che abbiamo finora tenuto nascosta. Ovviamente un ruolo fondamentale avranno in tal senso la scena, realizzata da Valeria Mendolia, che tenta di rappresentare questa mia idea di moltiplicazione dell’ego in un culto di assoluta superficialità, in cui l’immagine regna sovrana. Un’immagine però filtrata, attenzione. Non immediata. E ancora le musiche di Filippo La Marca che vogliono sottolineare il forte contrasto tra il senso di esasperazione del “banale” e la superficialità con la quale si affrontano invece le cose realmente importanti. Sarà una dura sfida che sono contenta di affrontare con la stessa squadra, insieme anche a Martina Morabito, che è ancora una volta al mio fianco come assistente alla regia.