#ATUPERTU: LA REGIA DI NUDITÀ

INTERVISTA AD AURETTA STERRANTINO

Una serie di coincidenze mi hanno spinto a decidere di mettere su pagina le suggestioni derivate dallo studio di questi grandi maestri.

Quando parlo di coincidenze non mi riferisco al caso, ma a elementi di varia origine e natura che presi nel loro insieme e analizzati in relazione a un data situazione incidono su di essa in modo significativo. In questo caso, l’insieme degli elementi ha inciso su me e la mia formazione e lo ha fatto lentamente e silenziosamente nel corso degli anni.

Così, quando mi sono resa conto che quest’anno ricorrono i 150 anni dalla nascita di Kandinskij, ho capito che era un momento troppo importante per lasciarlo passare, scorrere. E poi il Maestro  aveva bussato già da tempo alla porta per entrare nel mio 2016 attraverso Giulia Drogo, con le scenografie di InSomnium.

La scoperta di una corrispondenza tra lui e Schönberg e la lettura dei loro saggi, delle loro composizioni sceniche, lo studio dello “Spirituale dell’Arte”, l’ascolto delle opere di Schönberg, mi ha portato lontano  e mi sono ritrovata a leggere di Skriabin, ad ascoltare Von Hartmann e poi Gurdjeff.

Ed ecco che è nato “Nudità. Chiaroscuro permanente” che per me era prima un titolo e un’istanza. Ho fatto quel che essi richiedevano: mi sono spogliata da ogni pregiudizio e ho aperto i sensi all’ascolto. Così è scaturito questo testo che dialoga con musiche, scene e costumi.

Le difficoltà nella stesura del testo nascono principalmente dal mio modo di scrivere che non ha premeditazione. Io scrivo quel che esce fuori, sgorga. E mentre scrivo studio ciò che scrivo, epurando il flusso di tutto quello che rischia di portarmi fuori strada o che raccoglie stimoli non utili al lavoro in corso. Dunque la difficoltà sta nel fatto che a volte non sento. Dunque non posso andare avanti. Devo necessariamente liberare i sensi. Una volta finito il processo di scrittura, che è sempre definitivo arrivati alla pagina, il testo viene poi limato solo dopo le prime letture perché l’ascolto mi aiuta a sentire le stonature.

A quel punto inizia il mio approccio da regista. Inizio a studiare. A studiare, a farmi domande, a fare domande, a indagare il testo come se fosse un giallo. Cerco la mia pista. E così trovo il colore dello spettacolo, il suo suono, la sua atmosfera, persino la sua forma. Cerco nelle sue pieghe e tento di tirar fuori, con la costruzione della messinscena intesa nella sua totalità, tutto quello che dal testo vuole uscire, oltre la parola.

In questo senso per me è impensabile lavorare senza confrontarmi con tutto il cast. Sono necessari i tavolini con lo scenografo e con il musicista, tanto quanto quelli con gli attori. Perché è un’indagine che facciamo assieme, mentre io dirigo.

Per Nudità, in particolare, la difficoltà è stata quella di riuscire a trovare un equilibrio fra la vocazione metafisica del testo e la necessità di creare un ponte con la realtà. Una realtà che non rappresentasse però il quotidiano (non amo il quotidiano a teatro)

Vorrei che arrivasse a tutti l’urgenza di accettare la nostra nudità. La nostra capacità di entrare in un contatto profondo e fruttuoso con tutto ciò che ci circonda. Per farlo dobbiamo passare attraverso l’accettazione, spogliandoci da ogni menzogna, ogni impalcatura. Liberandoci da ogni catena. E imparando che essere nudi non significa aver forme armoniose e pelle di pesca, ma essere ruvidi. Tirare fuori ogni nodo, ogni contrasto, ogni contraddizione. Significa porci di fronte ad ogni nostro dubbio, non con la pretesa di risolvere o capire tutto, ma con l’intenzione di fare domande ancora e ancora.  E significa ancora affondare in una ricerca che non può avere fine ma che è l’unica sorgente che possa dissetarci.
Fare teatro è una scelta. Non si finisce con il fare teatro, non capita, non è frutto del caso o di una congiuntura astrale che influenza il tuo ascendente.

E, in quanto scelta precisa, fare teatro è una responsabilità. Una responsabilità che chiama a un altro tipo di scelta: che tipo di teatro fare. Il che a sua volta sottende una domanda di fondo: perché lo si fa.

Il nostro lavoro si concentra sul disagio, sulla necessità di affrontare sensazioni, pulsioni e sentimenti “scomodi”; sulla necessità di aprire gli occhi rispetto a delle condizioni di fondo che riguardano ciascuno di noi, e rispetto alle quali si sceglie spesso la strada del “facciamo finta che non esista”, “non è mai successo”.

È difficile mettersi di fronte a tutto quello che ci ferisce e che ci spaventa, è difficile anche per noi come gruppo, tanto che abbiamo bisogno durante le prove di esorcizzare per poter sopportare il carico di quello che facciamo. Tanto difficile che a volte dopo gli spettacoli non ci vediamo e non ci parliamo per giorni. È difficile, ma per noi necessario. Non potremmo fare diversamente.

Io ci ho provato ma non ci riesco. Non fa parte di me.

Il teatro è parresia, mezzo di espressione libero e assoluto e, in questo senso, noi cerchiamo di interpretarlo. E perché sia così necessita di un confronto con il pubblico e con gli addetti ai lavori. Perché in teatro tutto è fluido e niente è mai uguale a se stesso. Mi rendo conto che, a Messina come in tutta Italia, la situazione di profonda crisi – unita a volte a un certo disinteresse – spinge molti a preferire tematiche che tendono a definire “leggeri”, di puro intrattenimento.

Ma se la distrazione diventa il centro focale della nostra attenzione si rischia di perdere di vista troppe cose importanti.

Non è bello sentirsi dire “a teatro guardo solo cose che fanno ridere” oppure “ci piacerebbe inserire un vostro spettacolo in cartellone ma ci vorrebbe qualcosa di meno impegnato”. Questa amarezza, tuttavia, è ampiamente compensata da tutte quelle persone che, seppure inizialmente diffidenti, vengono a vederci e poi escono dal teatro piene di domande, di dubbi, di un carico di emozioni che li impegna per giorni. Tanta gente mi ha detto che dopo essere venuta a teatro, ha continuato a rimuginare su quello che ha visto e sentito.

Io penso che ogni spettatore in cui nasce una domanda, un’emozione, che sia pure un sentimento di forte indignazione, confermi quanto vale la pena sacrificarsi e continuare questo percorso che è insieme di sofferenza e rinascita. Il nostro percorso verso noi  stessi e dunque verso gli altri.