APPUNTI DALLA TERRA DELLE CENERI #25

Diario delle prove di “Prometheus“, QA-QuasiAnonimaProduzioni
a cura di ELENA ZETA

venerdì 12 maggio 2017

GIORNO VENTICINQUE

 

Il Vocabolario on line dell’Enciclopedia Treccani, definisce la “prova generale” (da adesso p.g.) come “l’ultima [prova, n.d.c.] prima della rappresentazione, e quindi la più completa e accurata”.

Per molti giovani, la p.g. può rappresentare un’occasione, un grande evento. Era usanza anche al Teatro Vittorio Emanuele, tempo addietro, invitare le giovani generazioni che si affacciavano al mondo artistico ad assistere alla p.g. di produzioni (soprattutto liriche) che adesso, purtroppo, ce le possiamo solo immaginare. Grazie a numerose testimonianze, siamo in grado di ricostruire la scena: un immenso teatro dall’enorme boccascena, una fioca luce di mezza sala, una flotta di ragazzini sprofondati nelle poltrone blu, col naso all’insù tra le curve delle sirene e di Colapesce − effettivamente rappresentati non molto vestiti. Poi il regista chiama il silenzio e loro là, con lo sguardo sospeso sulla bacchetta del direttore, aspettando il cenno per l’orchestra.

Un’esperienza inclusiva e formativa. Affascinante, secondo alcuni pareri.

Se uno di questi giovani sognatori dovesse mai intraprendere il mestiere, si accorgerà subito che, in realtà, durante la p.g. c’è più trambusto che alla prima. In quanto esseri che tengono allenata l’immaginazione quotidianamente, i teatranti riescono a rendere una situazione artificiale più reale del reale. E ovviamente i primi a cascarci sono loro stessi. Con inscansabili conseguenze di cui non staremo a discutere se siano benigne o maligne per i soggetti interessati. Basterà dire che la mente è potente, e che se il corpo la segue la propulsione è pressoché inarrestabile.

Durante la p.g., se ci fermiamo a osservare, possiamo ammirare i più disparati comportamenti.

Possiamo per esempio seguire la cosiddetta “danza del luciaio” il quale, mai completamente soddisfatto e ostacolato dalle entrate degli attori, raddrizza continuamente i tagli, corre per il corridoio, fa il girogirotondo sulla scala a chiocciola per il ballatoio, va dietro, torna avanti, riscende giù e – in quanto anche direttore di scena – ogni tanto fa riecheggiare il caratteristico verso “Dieci minuuuuuti” per non far adagiare gli attori sugli allori;

suscita ammirazione e curiosità il comportamento della scenografa-tuttòfara, la quale, mostrando tutti i suoi talenti, si aggira con un barattolo di vernice tra i camerini e il palcoscenico, come una divinità indù appunta vestiti con una zampa, trucca con un’altra, dà due pennellate alla scenografia con la terza, fissa l’ennesima vite col la quarta, e se riuscite a osservare attentamente i suoi velocissimi movimenti noterete che tiene impegnate anche le altre;

affascinate e suggestiva allo sguardo la muta di Bios, che per l’occasione abbandona le sue tinte rosa naturali per vestire di una carnagione andante sui colori freddi del blu e dell’argento, con piccole pigmentazioni di rossi e arancioni, che, insieme al rigoglioso piumaggio posteriore che sottolinea tutta la sua elegante figura, la aiutano a mimetizzarsi con la scenografia;

curioso e raro da osservare è il comportamento di Efesto e Prometeo, i quali, indossate le vesti della battaglia, camminano per le anticamere dei camerini, in un faccia a faccia che suona come un mantra, si avvicinano, si allontanano, scattano per poi fermarsi ancora, un istinto marchiato a fuoco nel DNA della scena li spinge a giocare un’ultima prova di memoria, che è in realtà un vero e proprio esercizio per il momento dell’azione;

sempre all’erta con l’orecchio teso, il Maestro La Marca perlustra la sala con fare ascolt-ingo, pronto a scattare al minimo segnale del più piccolo pericolo sonoro, resiste mirabilmente a ogni distrazione che gli si offre, non concedendosi riposo neanche nelle brevi pause in cui si imbozzola nel suo rifugio di note per gli ultimi ritocchi alle musiche dei saluti;

la nostra ufficio stampa, Eleonora Currò [nome in codice: l’Ele], con noi a tempo pieno per gli ultimi giorni, gestisce minuziosamente il flusso di provviste all’entrata della sala (di ogni tipo: biglietti, bottiglie d’acqua, minuti, prenotazioni, fotografie, sigarette, dépliant, giornalisti, fazzoletti, post, sedie, penne, ore, trucchi, visitatori, caschi, locandine, spettatori di altri spettacoli, panini al burro, puntine, fotografi, poltrone, briciole, etc), nulla sfugge alle sue antenne attente e il suo richiamo può mettere in allerta il gruppo finanche a diverse centinaia di metri di distanza;

io, l’assistente, in realtà non assisto molto, ma mi affaccendo saltellando qua e là, davantisottodietrosopra il palco,  scovo i problemini, i ritardini, i contrattempini, quei piccoli parassitini fastidiosi che succhiano l’energia dedicata all’obiettivo, li afferro, li stringo, li assaggio, li stritolo, e ne guadagno, infine, una buona scorpacciata di esperienza;

al vertice di questo circolo matriarcale, la Regi sorveglia con calma tutte le attività che si svolgono nel piccolo teatro, appare laddove la si invoca come per una magia, pronta a prendere in mano le redini della situazione come a sporcarsi le mani laddove le forze scarseggiano, dosando elegantemente le due facce del suo delicato ruolo: alimentare l’iniziativa personale e proteggere l’unità del branco.

È uso tra la specie dei teatranti sperare nella cattiva riuscita della p.g. poiché, tra le numerose credenze del palcoscenico, c’è quella che se la p.g. non va bene il debutto sarà un successo. La p.g. è comunque vissuta quasi più sentitamente dello spettacolo vero e proprio, si tende sempre alla perfezione relativa, anche perché la magia volontaria è una qualità solo dei maghi, e la compagnia sa bene che non si può prendere in giro la scaramanzia.

Al termine della p.g. – o anche durante – è uso smorzare la tensione con succhi di frutta e birette, con risa immotivate, dolcetti e cioccolata, discorsi non-sense che appaiono perfettamente logici, corsette sul posto, cuttigghi* su fatti inesistenti, impensabili progetti, vitamine, minerali e accesi confronti sull’identità di genere degli angeli.

 

 

*s.m. cuttigghio= pettegolezzo, dal v. intr. cuttigghiare= spettegolare, dal agg. cuttigghiaro= pettegolo.