#APPROFONDIMENTIUNICI per Quarantena

Interviste a cura di Vincenza Di Vita

 

 INTERVISTA AD AURETTA STERRANTINO, autore e regista per Quarantena

 La tua poetica ci ha insegnato che nei titoli delle tue opere possono celarsi mondi diversi, come eterogenea è la platea dei tuoi spettatori. Quarantena è indubbiamente un termine inquietante. Perché questa scelta?
 La scelta è nata insieme all’idea di mettere uno di fronte all’altro Cervantes e Caravaggio. È difficile spiegare fino in fondo le ragioni di questo titolo o, comunque, i suoi sensi. Quarantena rappresenta da una parte un’occasione per tenere un uomo irrequieto come Caravaggio fermo per tutta una notte in un unico posto, anche se messo di fronte a verità scomode. Ma al di là del pretesto, Quarantena rappresenta una situazione di “confino” ideologico che mi sembra accomuni i due personaggi: Caravaggio è stato snobbato, criticato, smentito, non compreso dai suoi contemporanei; Cervantes allo stesso modo ha suscitato spesso reazioni discordanti che hanno diviso pubblico e critica e, soprattutto, è rimasto confinato tra le pagine del Don Chisciotte senza riuscire a trovare l’immortalità attraverso il resto della sua produzione. Anzi autore e opera sono diventati nel tempo una sola cosa, e l’opera ha addirittura preso il sopravvento sull’autore, tanto che risulta difficilissimo trovare studi su Cervantes che prescindano dal Chisciotte. A queste coordinate si può aggiungere la situazione di confino che vive la cultura nei nostri tempi, chiusa in un lazzaretto in agonia, in attesa che si spengano anche le ultime scintille. Per non parlare del teatro tenuto in vita da folli sognatori in calzamaglia che, con la forza avventata di un Don Chisciotte e la violenta determinazione di un Caravaggio, continuano a cercare e a trovare luce là dove sembrerebbero esserci solo ombre ormai. Se poi vogliamo per un attimo stringere il campo proprio su Messina, la situazione risulta ancora più chiara: sbandati, banditi, derisi, illusi, offesi.

 In che modo l’idea di Stefano Barbagallo, da te condivisa, è stata sviluppata? A quando risale questo pensiero artistico?
La proposta di Stefano – nata nell’estate del 2017 – è stata apparentemente semplice: siamo a Messina, siamo in esilio (volontario?) alla Chiesa di S. M. Alemanna, stiamo lottando per la resistenza (parola d’ordine per QA e quest’anno più che mai), perché non partire da Cervantes a Messina? Da questo germe è nata l’idea di un confronto tra il visionario Cervantes e Caravaggio, un sovversivo che ha lasciato ovunque traccia di sé e che a Messina ha prodotto uno tra i suoi più importanti capolavori. Il confronto tra me e Stefano è stato teso più che altro a sviscerare la filosofia che secondo noi poteva star dietro a questo incontro, l’idealità, i punti di contatto e contrasto tra le figure, e gli elementi che li rendono specchio della nostra contemporaneità. Abbiamo deciso che si dovesse svolgere tutto in una notte, in un ambiente chiuso, nel quale si era costretti per via di una epidemia di peste (chiaramente metafora per noi). Abbiamo deciso che uno fosse appena arrivato e l’altro stesse per partire. Poi si è continuato a chiacchierare, sempre. E parallelamente ho iniziato a studiare. Per Cervantes non è stato facile e ho lavorato principalmente su un’edizione del Don Chisciotte, con traduzione e introduzione di Ferdinando Carlesi (Mondadori) e sul volume di Miguel De Unamuno a commento del Don Chisciotte, a cura di Armando Savignano (Bompiani). Su Caravaggio circolano, invece, una grande quantità di pubblicazioni, alcune molto interessanti (molto utile alla mia riflessione il lavoro di Andrew Graham-Dixon), altre meno. Molte finiscono con il concentrarsi principalmente su tentativi di ricostruirne vita e spostamenti. Molti dettagli, alcune testimonianze, trascrizioni di interrogatori, sono stati per me fonte di ispirazione. In particolare alcune coincidenze. Così sono passata alla fase di scrittura. La scrittura, almeno per me, è un processo solitario, durante il quale ho cercato di far esplodere le nostre impressioni e conversazioni, senza mai però sentirmi imprigionata. La drammaturgia ha seguito il suo corso e tanti elementi hanno trovato spazio, elementi che tentano di amplificare le idee e i presupposti di partenza e che sono allo stesso tempo veicolo della mia poetica. Quarantena è un testo poetico e metafisico, delicato e crudo, carnale. È, nel suo insieme, uno spettacolo che esprime il disagio del sogno, l’inadeguatezza della visione, l’ansia della ricerca. Vuole muovere all’azione, alla reazione, alla resistenza. Invita a spingere i nostri sensi al massimo, non solo per scandagliare ciò che ci circonda, ma anche per imparare a guardare a noi stessi con maggiore onestà intellettuale.

 Miguel De Cervantes e Caravaggio s’incontrano nella Chiesa di Santa Maria Alemanna a Messina, perché?
Sembra accertato che dopo la battaglia di Lepanto, ferito gravemente alla mano sinistra, Cervantes sia stato ricoverato proprio alla Chiesa di Santa Maria Alemanna o comunque nell’ospedale annesso. Per Caravaggio non ci sono testimonianze che lo colleghino a questi luoghi, tuttavia pare che durante il suo soggiorno a Messina, dipingesse all’interno di un ospedale, l’ospedale Grande, retto dai Padri Crociferi e crollato in seguito al terremoto del 1908. Dato il luogo è stato facile pensare che proprio la Chiesa di Santa Maria Alemanna potesse essere il teatro del loro incontro, un incontro immaginato, supposto, sognato, forse irreale. Un incontro in un luogo che sfugge alla nostra precisa conoscenza, e che è reale solo nell’idea, dal momento che a me piace lavorare fuori dallo spazio e dal tempo. Così il luogo non è questo o quel luogo e nulla, in fondo, si può definire con certezza «sic et simpliciter».

Come è cambiato nella fase del suo allestimento il dialogo tra i due personaggi e in rapporto allo spazio?
A tavolino sono stati scanditi i momenti, i punti cruciali, i passaggi, le dinamiche causa-effetto, gli equilibri tra i due personaggi. Abbiamo tracciato voci e caratteri, abbiamo esagerato, tentato di comprendere come ognuno dei due personaggi incida sul percorso dell’altro, sul suo sentire. Ma solo una volta “in piedi” abbiamo potuto cercare di tirar fuori tutto questo attraverso corpo e voce, lavorando su movimenti, gestualità, intenzioni, modo di camminare, postura. In fase di allestimento sono venute fuori sfumature di questa relazione che il testo non ci aveva suggerito. Si sono amplificate e delineate idee che a tavolino si muovevano solo sul piano dell’ipotetico. I personaggi hanno preso vita, si sono spostati dal mondo delle idee a quello dell’esistenza. È stato un processo naturale e fluido, anche perché il tavolino è stato un viaggio nei meandri più profondi del testo e di noi stessi, e per me ha tracciato in modo chiaro il percorso di ricerca da continuare una volta concluso il tavolino (che poi in realtà non finisce mai). Devo dire che la collaborazione con Michele Carvello e Marcello Manzella è stata felice e fruttuosa: si sono sempre, generosamente messi a disposizione, mostrando un’acuta intelligenza scenica, grande duttilità e un buono spirito d’iniziativa. Con entrambi il lavoro è stato complesso ma soddisfacente: abbiamo dovuto scavare a fondo per comprendere e tirar fuori quei tratti della personalità di Cervantes e Caravaggio che agivano in contrasto con i loro caratteri. In particolare è stato complesso lo studio del rapporto con la vita e la morte che caratterizza in modo diametralmente opposto i due personaggi. Il rapporto con lo spazio ci ha suggerito infinite possibilità, nonostante i limiti posti dalla Chiesa di S.M. Alemanna, spazio prestato al teatro. È stato pensato un allestimento che ci consentisse di lavorare immersi tra il pubblico ma su più livelli e questo, secondo me, renderà ancora più potente il lavoro che stiamo facendo in sala. Caravaggio e Cervantes agiscono su più livelli di senso, sia nel loro singolo percorso, sia nella loro relazione e questo è stato un aspetto molto stimolante del lavoro, che ha aperto un percorso di ricerca affascinante, il cui fine ultimo è trovare il giusto equilibrio fra tutti gli ingredienti.

 

INTERVISTA A FILIPPO LA MARCA, musiche di Quarantena

Quali strumenti musicali intervengono e come interagiscono con lo spazio e i personaggi?
Sono stati molti gli strumenti utilizzati per questo spettacolo, e nessuno di questi è un vst o un plugin. Ho usato una tavolozza ricca di strumenti veri: quello del violino, della chitarra, del pianoforte, del basso e di molte percussioni, manipolandoli successivamente grazie a diversi programmi di produzione musicale. Ho trovato interessante pensare a ogni suono come il flusso che collega i vari elementi: il gesto e la parola, lo spazio e i personaggi, la danza e la scenografia.

 Cosa lega i tuoi lavori di questa stagione tra loro? Credi ci sia un sentire politico che li accomuna anche nelle scelte compositive del suono, oltre che dei testi?
Non so se ci sia qualcosa che lega i miei lavori, ma in me c’è sicuramente il costante interesse legato al suono, che in Naufragio era il frutto di una ricerca armonica, in Quarantena una ricerca sullo strumento che suona quella determinata nota, non per caso. Chi fa musica oggi ha a disposizione un’infinita varietà di suoni già campionati e compressi in maniera perfetta dai grandi studi di registrazione, ma forse questo è uno dei motivi del perché la musica oggi suoni praticamente tutta allo stesso modo. Questa è la ragione principale per cui continuo a provare a ricreare i suoni in maniera diversa, utilizzando le strumentazioni digitali come favolosi strumenti di controllo e manipolazione. Credo che stia ritornando la voglia di sentire suoni diversi, non compressi, forse anche più sporchi; notiamo ad esempio il grande ritorno sul mercato del vinile o l’ascesa degli strumenti analogici.

 

INTERVISTA A VALERIA MENDOLIA, scene e costumi per Quarantena

Quali sono stati i primi colori e le ambientazioni create dal confronto con la regista?
I primi colori e le ambientazioni, create dal confronto con la regista, sono stati sicuramente quelli che caratterizzano gli studi di Caravaggio, quindi il rosso e le sue diverse tonalità carminio, rubino, porpora e sangue, eseguendo un gioco di luci e ombre materico. Per quanto riguarda le ambientazioni appena letto il testo sono arrivate le prime idee che cambiano in base ai movimenti di regia e a quello che la regista vuole ottenere dando vita alle parole, ai gesti degli attori in scena.

Quali elementi o oggetti caratterizzano i due personaggi e come vengono distinti tra loro?
Gli oggetti scelti per i due personaggi sono stati divisi per quanto riguarda il vedere, lo scrutare di Caravaggio e il sentire, il percepire del suono per Cervantes.

C’è un oggetto di scena o un costume che hai realizzato per QuasiAnonima al quale sei particolarmente legata? Perché?
Gli oggetti di scena creati per QuasiAnonima ai quali sono molto legata sono gli ingranaggi per lo spettacolo Matrioska, perché, in successione a quello, il mio modo di vedere gli spettacoli, la scena, il testo sono completamente cambiati, quindi ha migliorato il mio punto di vista. Da scenografa ricordo in particolare una fotografia dove gli ingranaggi erano un tutt’uno con gli attori. Lì ho capito che avevo fatto un buon lavoro e poi ha trasformato la mia collaborazione professionale con Auretta Sterrantino in stima e amicizia reciproca.

 

INTERVISTA A MICHELE CARVELLO, attore e interprete di Cervantes in Quarantena

 In che modo è stato strutturato con la regia il percorso interpretativo di due eccezionali personalità, sia da un punto di vista umano sia perché la loro fama è storicamente tracciata?
Durante i giorni d’intenso e approfondito tavolino abbiamo scavato nelle vite di Cervantes e Caravaggio per avere una consapevolezza in più del modo di pensare e di agire di questi due grandi personaggi.  Questa consapevolezza c’è servita da spunto, da punto di partenza per la costruzione di due personaggi che avessero determinate caratteristiche (fisiche e vocali) che, non necessariamente sono proprie del personaggio, ma rispecchiano una suggestione che la loro vita ci ha dato a partire dal testo.

 Qual è stato il tuo rapporto con il personaggio rispetto a una consueta conoscenza, tratta dai libri, e quella sperimentata da un confronto immersivo in veste di interprete dello stesso? In particolare cosa ritieni di avere dato al personaggio e in cosa invece sei stato plasmato nello stare in scena o nel dargli la voce?
La mia conoscenza di Cervantes prima dell’avventura Quarantena era la seguente: “Lo scrittore del Don Chisciotte”.  Invece, la mia conoscenza di Don Chisciotte prima dell’avventura Quarantena era: “Il folle gentiluomo spagnolo che lotta contro i mulini a vento”. Lavorare su uno spettacolo, per fortuna, ti apre nuovi orizzonti. Cervantes è adesso, per me, un sognatore che vive più tra i frutti della sua finzione e invenzione che nella sua vita. Insoddisfatto del reale, deluso dalla vita, trova il suo “essere” nella fantasia. Proprio come il suo Don Chisciotte. Cervantes mi sta dando l’eleganza, il coraggio, la speranza, l’ostinazione. Cosa darò io a Cervantes? Spero di lasciare un suo ricordo vago tra gli spettatori.

 In che modo ti ha cambiato questa particolare esperienza di lavoro?
È un bel lavoro.  Immersivo, divertente, stancante e soddisfacente. Mi ha cambiato molto, m’ha stravolto. Come dovrebbe fare ogni esperienza teatrale degna di essere chiamata tale.

 

INTERVISTA A MARCELLO MANZELLA, attore e interprete di Caravaggio in Quarantena

In che modo è stato strutturato con la regia il percorso interpretativo di due eccezionali personalità, sia da un punto di vista umano sia perché la loro fama è storicamente tracciata?
Con la regista Auretta Sterrantino, qui anche in veste di drammaturga, siamo partiti da letture a tavolino molto approfondite, “al cesello”. Abbiamo scardinato pagina dopo pagina, battuta dopo battuta, parola per parola il testo e abbiamo cercato di dare autentica identità e concretezza a questi due grandi personaggi tanto raccontati nei libri. Abbiamo attinto, in fase di studio, anche a fonti storiche e letterarie per riuscire ad approfondire concetti e tematiche care ai due personaggi.

Qual è stato il tuo rapporto con il personaggio rispetto a una consueta conoscenza, tratta dai libri, e quella sperimentata da un confronto immersivo in veste di interprete dello stesso? In particolare cosa ritieni di avere dato al personaggio e in cosa invece sei stato plasmato nello stare in scena o nel dargli la voce?
Un personaggio è sempre una occasione, una sfida. Inizialmente l’idea di dover affrontare una figura complessa e “scomoda” come quella di Michelangelo Merisi mi spaventava. Tuttavia, grazie alla direzione di Auretta Sterrantino e al lavoro con il mio collega di scena Michele Carvello, ho accettato la sfida lettura dopo lettura, prova dopo prova. Ho quindi “abbracciato” il personaggio di Caravaggio ma non sono “diventato” Caravaggio. Non ho avuto la presunzione di voler essere lui, sarebbe stato impossibile. Tuttavia ho messo il mio corpo e il mio essere a servizio di un personaggio e di una precisa drammaturgia. Ho fatto quindi mie tematiche ricorrenti sia nel testo che nella vita del pittore quali, per esempio, la morte. Ma ho, appunto, inevitabilmente filtrato il tutto attraverso la mia persona e le mie esperienze di vita.

 In che modo ti ha cambiato questa particolare esperienza di lavoro?
Mi ha fatto crescere, come tutte le esperienze lavorative. Non so di preciso in cosa o quanto lo abbia fatto. So solo che ho passato, qui a Messina, poco meno di un mese con un gruppo di persone eccezionali con cui, fin da subito, si è instaurato un clima lavorativo tranquillo e divertente e al contempo serio e professionale. E quando si creano queste situazioni allora si è già a metà del lavoro.

 

INTERVISTA A ELENA ZETA, assistente alla regia in Quarantena

 Come hai vissuto il passaggio da regista ad assistente alla regia e cosa hai appreso da questo cambiamento tecnico?
Ho cominciato il mio lavoro e i miei rapporti con QA – Quasi Anonima Produzioni facendo da assistente ad Auretta Sterrantino; prima di collaborare con lei ho fatto qualche piccola regia, ma sempre in maniera molto partecipata e – cosa da non sottovalutare – con pochissimo tempo a disposizione; poi mi è stata data la possibilità di dare compiutezza al mio “Mare Nostrum” in questa stagione di Atto Unico, e mi sono resa conto di quante difficoltà comporti il dover gestire integralmente un apparato del genere – e, anzi, ho avuto una grande mano!; adesso sono tornata nel mio vecchio ruolo, in cui sinceramente mi trovo molto bene: continuo a imparare tantissimo, sotto tutti i fronti, dall’esperienza e dalla passione che vedo mettere in campo ogni giorno. In più, a poco a poco, lavorando a qualcosa che stimo e ammiro ma non mi è proprio, rifletto di continuo sulle mie idee artistiche del presente e per il futuro.

Come avete lavorato all’allestimento e qual è stato il ruolo svolto da te?
Per prima cosa, come al solito, si comincia col tavolino, per sviscerare il testo, per trovare la via maestra da seguire. Conclusa questa fase, ci siamo tutti spostati dai nostri ospiti, a DanzArte, in una bellissima sala – anche se piena di specchi, Auretta ha dato molto spazio alla creatività dei ragazzi – che non hanno tradito questa fiducia – e scena dopo scena, ripasso dopo ripasso, confronto dopo confronto, lo spettacolo ha preso forma. In questo caso il mio ruolo è stato quello di “sollevare” la regia dal pensare a tutti i “piccoli” problemi tecnici (fissare movimenti, correggere posizioni, dare le battute, individuare i passaggi del testo dove più facilmente si cade in fallo, o quelli in cui possono sorgere complicazioni coi microfoni o con la fruizione del pubblico, etc), in modo da lasciare ad Auretta la tranquillità di dedicarsi totalmente al progetto artistico dello spettacolo.

Qual è lo spettacolo di QA a cui sei più legata?
Senza dubbio “Wunderkammer”. Sicuramente perché è stata la mia prima collaborazione con la compagnia, sicuramente perché sono personalmente molto legata a Edgar Allan Poe, ma anche perché è uno spettacolo completo, totale, in cui si mischiano non solo recitazione e musica, ma anche diversi modi di recitare e agire il palco, da quelli più liberi per gli attori a quelli da concertare con minuziosità; è stata la scoperta di un modo di fare teatro che non mi aspettavo, che forse neanche immaginavo, diverso da quello che avevo sempre visto e a cui avevo sempre pensato. E poi – che vi devo dire? – adoro quando il palco è pieno di gente!