RICCARDO III studio – APPROFONDIMENTI I TAPPA

Interviste a cura di Vincenza Di Vita

INTERVISTA AD AURETTA STERRANTINO, autore e regista Riccardo III-Suite d’un mariage

Come e quando nasce l’idea di lavorare a questa opera del Bardo?
La mia relazione con Riccardo III nasce nel suo primo, primissimo concepimento, con la partecipazione a un festival di regia per il quale veniva richiesto di elaborare in via teorica uno studio sul Riccardo III. Da allora il personaggio non mi ha mai abbandonato e ha continuato a “disturbarmi” con una certa costanza: incontri fortuiti, testi letti, apparizioni. Finché la scorsa primavera Mario Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità di Napoli, ha chiesto – per una produzione del NTS nel 2019 –  ad alcune drammaturghe italiane under 40, tra cui io, di proporre una riscrittura di un personaggio femminile shakespeariano legato al tema del matrimonio. Mi è parso subito lampante che era arrivato il momento di iniziare ad approfondire il tarlo che mi perseguitava ormai da qualche anno (e ne ho diversi, nel tempo diventano compagni di viaggio, anche interlocutori). Ho consegnato così a Gelardi un testo su Lady Anna, ripromettendomi di approfondire il lavoro non appena avessi avuto l’occasione, che si è presentata pochi mesi dopo con l’invito di Roberto Bonaventura a partecipare o al Cortile Teatro Festival o a Promontorio Nord con un lavoro nuovo. L’occasione mi è sembrata perfetta, dal momento che proprio per Roberto è nato “Naufragio”.

Quali testi hanno ispirato la scrittura e come è strutturata?
Ovviamente Shakespeare, tutto. Testi critici su Shakespeare, come Kott o Bloom.
E poi il confronto inevitabile con la concezione di Carmelo Bene non solo rispetto a Shakespeare, ma anche e soprattutto in relazione al suo lavoro su Riccardo III. E quindi Deleuze.
L’idea dello spettacolo poggia, dunque, sulla destrutturazione, che io ho voluto intendere come totale. Il testo è destrutturato, l’impianto narrativo è completamente destrutturato e per seguire la lezione di Bene, anche il personaggio è destrutturato.
È la scrittura scenica a lavorare sulla costruzione, mostrando, attraverso un denso simbolismo che è già nel testo, l’opposta polarità tra Anna e Riccardo. Le stesse parole, le stesse immagini, gli stessi concetti, gli stessi momenti, attraversati da entrambi i personaggi attraverso il loro punto di vista e la loro personalità e quindi agiti, sentiti e “reagiti” in maniera totalmente divergente. Inoltre il conflitto-gioco, così come esso è inteso da AntoninArtaud, è reso mediante un ring a scacchiera in cui gli opposti sono animati dalla crudeltà.

In che modo è cambiato il testo durante l’allestimento con gli attori?
Nel modo in cui cambia sempre. Molte intenzioni si chiariscono. Molte attribuzioni si chiariscono. Alcune battute diventano azioni, alcune sonorità vengono pulite. Il lavoro fatto è stato quello di cercare un’ulteriore destrutturazione: assecondare e contrastare la musicalità del testo per rendere atto delle diverse pulsioni dei due personaggi, anche al loro interno: tenerezze, desideri, dolore, rabbia, odio e amore, sete di vendetta e brama di potere. Per questo a tratti è fondamentale inasprire il testo o addolcirlo o raffreddarlo completamente.

 Chi sono per te Riccardo III e Lady Anne e perché la loro storia è sempre attuale?
Lo spettacolo è in una fase di studio, quindi le domande creano risposte che generano altre domande, in una meravigliosa catena che può poi modificare se stessa prendendo molteplici direzioni. Per me Riccardo e Anna sono lo specchio uno dell’altra e contemporaneamente lo specchio di chi giudica e li giudica impietoso, per fuggire alla propria colpa o alla propria “bruttezza”. Per questo nella tradizione Riccardo e Anna diventano “la Bella” e “la Bestia”.
Ho voluto giocare con questo sentire comune e tentare di scardinarlo, provando a mostrare come Riccardo diventa ciò che è perché corroso dal suo desiderio di potere e dalla sua solitudine che sono l’uno causa dell’altro in un cerchio senza fine, e Anna non è la povera vittima che sempre abbiamo immaginato, ma per me a un certo punto si mostra lucida e determinata nel suo desiderio di vendetta a ogni costo. Se il teatro rappresenta l’uomo, non può immaginarlo o tutto bianco o tutto nero, o buono o cattivo. Perché l’uomo è nelle sfumature, nei contrasti, nelle contraddizioni che lo animano, rendendolo meravigliosamente interessante, vivo e denso. Dunque ho cercato di rendere questi personaggi più tridimensionali e attraversare la loro iconografia tradizionale per cercare di “plasmare materia plastica”.
Infatti, per me, la loro storia è molto contrastata e l’uno è il punto debole dell’altro e contemporaneamente la chiave per raggiungere la cosa che desiderano di più, attraverso la distruzione e la rinuncia: gli opposti si attraggono e ognuno diventa per l’altro “croce e delizia”. Si tratta di un odi et amo che si ripercuote su loro cambiandone definitivamente il sentire, l’essere.
Riccardo e Anna possono essere emblema di un potere corrotto che sta a tutti i livelli della nostra società e che si esercita attorcigliandosi su se stesso, ignorando colpevolmente il bene della società stessa. Ma potrebbero anche essere una coppia comune, chiusa in una relazione distruttiva dalla quale nessuno dei due riesce a uscire. O ancora una coppia dei nostri tempi che vive la propria relazione all’interno di un reality, sotto gli occhi di un pubblico curioso, da compiacere, da conquistare. Un pubblico che decreterà il tuo successo o il tuo insuccesso.
Anna e Riccardo sono l’amore viscerale, quello sbagliato, impossibile. Rappresentano le conseguenze di un egotismo assoluto, quello in cui sempre viene messo il nostro interesse prima dell’altro o prima degli altri. Non importa di chi sia il torto e di chi la ragione. Contano le conseguenze delle nostre azioni. Conta come decidiamo di reagire anche nelle circostanze più tragiche. Conta chi decidiamo di essere e se decidiamo di essere.
Insomma, torniamo sempre lì: essere o non essere.

 

INTERVISTA A VINCENZO QUADARELLA, compositore per Riccardo III. Suite d’un mariage

Che tipo di emozioni ha evocato in te la lettura del testo di Auretta Sterrantino?
I testi di Auretta, ad una prima lettura, sembrano sempre complicati. In realtà, leggendo con attenzione, ogni parola nasconde più significati, più interpretazioni. Ci si immerge in un modo “altro” che presto ti prende e ti trascina via. Ogni parola nasconde poi una musica, un suono, una melodia nella quale sembra immersa sin dal momento in cui nasce nel pensiero dell’autrice.
Dunque, una volta “entrato” nel testo è facile farne le musiche, i suoni. Sembra tutto già scritto.

Quali suoni artificiali o naturali sono stati privilegiati dal tuo contributo?
Il mio contributo è stato quello di creare alcuni ambienti suggestivi che si mischiassero con le parole e che di esse facessero una sorta di suono perpetuo per l’intera durata dello spettacolo.
Ma, come dicevo, è lo stesso testo che “ispira” i suoni. Tutto è stato insomma molto facile.

Come è cresciuta la collaborazione con Filippo La Marca, con cui avete insieme imbastito la struttura musicale, su indicazione di Auretta Sterrantino?
Con Filippo collaboriamo ormai da anni, anche se è la prima volta che creiamo musiche insieme per il teatro senza suonarle dal vivo. Anche con lui il percorso è stato molto “naturale”. Ci siamo sempre capiti musicalmente e la sua professionalità riesce a colmare il mio dilettantismo.

 

INTERVISTA A GIULIA MESSINA, attrice, è Lady Anna in Riccardo III. Suite d’un mariage

Cosa hai pensato appena hai letto il testo?
Per me è la prima esperienza di lavoro con Auretta, non avevo mai letto un suo testo. Dalla prima lettura sono rimasta molto affascinata dallo stile della scrittura e colpita dallo sviluppo della storia. Successivamente è subentrato il pensiero “E adesso? Come si mette in scena un testo del genere?”. Molte cose non mi erano del tutto chiare quindi la curiosità di scoprire cosa si celasse dietro e nel profondo di quelle parole era tanta. Il primo confronto con Auretta, da questo punto di vista, è stato illuminante e fondamentale, affinché lo sviluppo del lavoro potesse avere la giusta partenza.

 

Come è cambiata la tua idea sul personaggio?
Lady Anna, già leggendo il Riccardo III di Shakespeare, mi ha colpito sin da subito. La scena del primo atto dove Riccardo la “corteggia” mi ha subito ricordato il film Le relazioni pericolose di Stephen Frears: John Malkovich nel mio immaginario era un perfetto Riccardo, con quel suo modo di fare da affabulatore di professione che incanta, mentre Michelle Pfeiffer era una perfetta Lady Anna, con tutte le sue fragilità ma anche e soprattutto la sua immensa forza di volontà nel non cedere al fascino ammaliante, disonesto e maledetto dell’uomo che a ogni passo o parola pronunciata, la scioglie e la disgusta allo stesso tempo.La prima visione del personaggio era il suo essere vittima. Ovviamente c’è voluto ben poco tempo per rendermi conto che non si trattava di una semplice santa martire, ma che dietro ci fosse un’anima vendicativa che tesseva la sua tela. Come si evince da questo testo, Lady Anna è l’unica capace di andare a toccare con una delicatezza subdola tutti i punti deboli di Riccardo e circondarlo di dubbi e debolezze. Questo aspetto, questo “connubio” mi viene da dire tra una fragilità commovente e una rabbia repressa e ormai stanca di combattere ma che comunque non lascia spazio alla resa, mi ha dato la possibilità di rendere poliedrico, tridimensionale questo grande personaggio e questa grande donna.

Ti senti trasformata da questa esperienza attoriale? In che modo?
Essendo molto giovane e frequentando ancora uno studio accademico, sicuramente le prime esperienze lavorative lasciano impronte indelebili. Conosco Auretta da due anni, è una mia insegnante in accademia, ho sempre stimato il suo lavoro e il tipo di persona che è. La sua determinazione mi ha da sempre affascinato. Chiunque avesse lavorato con lei me ne parlava benissimo, e tutti mi ripetevano “Si cambia radicalmente con lei, è una grande palestra”. Quando mi ha proposto questo lavoro, ho accettato consapevole dello sforzo fisico, psichico che mi attendeva. Sono stati giorni intensi, con i dovuti alti e bassi, ma alla fine di ogni giorno portavo a casa una conquista, piccola ma pur sempre gratificante. Sposo il suo approccio al lavoro, la sua capacità di mettere a proprio agio l’attore e di creare l’atmosfera perfetta per lavorare in modo proficuo e con serenità.

 

INTERVISTA A MICHELE CARVELLO, attore è Riccardo III in Riccardo III. Suite d’un mariage

Cosa hai pensato appena hai letto il testo?
Ho pensato: “D’accordo, devo rileggerlo”.  Poi mi sono lasciato trasportare dalla musicalità delle parole e mi sono reso conto di quanto sia importante (e costruttivamente difficile), nel nostro tempo, far vivere testi di questa portata. In cui ogni parola è pensata, calibrata, scritta per profonda esigenza. È importante lasciare il pubblico “pregno” nel nostro contesto sociale vuoto.

 Come è cambiata la tua idea sul personaggio?
Riccardo III era, per me, la personificazione del male. Oggi ho capito che è molto altro: è paura, ribrezzo, disprezzo, invidia, rabbia, superbia, sadismo […].  Prima di essere deforme fisicamente è deforme interiormente. Deformato dalle sue azione, dei sui pensieri, dal disprezzo e dalla noncuranza di quelli che gli stanno intorno.  Riccardo III è il paradigma di un’umanità che davanti alla scelta fra il bene e il male sceglie, consapevolmente, il male; davanti alla scelta fra la pace e la guerra scegli la guerra.

 Ti senti trasformato da questa esperienza attoriale? In che modo?
Tutte le esperienze teatrali (e non) in qualche modo ti cambiano, ti plasmano, modificano il tuo essere. Ti portano avanti.
Dopo un lavoro sul Riccardo III credo che “trasformato” sia la parola più azzeccata. La trasformazione che si sente nel corpo, nello sguardo, nei pensieri. Un tuffo nell’orrido che ti fa riscoprire la bellezza.

 

INTERVISTA A VALERIA MENDOLIA, allestimento Riccardo III. Suite d’un mariage

Quali sono state le richieste della regista?
Dopo anni di collaborazione le richieste della regista Auretta Sterrantino sono chiare e decise. Usando delle parole chiavi come “bianco”e “nero” cerco di esprimere al meglio l’idea che abbiamo anche a seconda dell’esigenza registica dello spettacolo.

Quali materiali avete privilegiato?
Non abbiamo privilegiato nessun materiale. Questa volta abbiamo concentrato le nostre attenzioni e il nostro interesse sui costumi di scena dei due protagonisti.

Nel testo è spesso citato il blu, viene ritratto e in che modo?
Il blu citato nel testo non viene ritratto perché colore dell’intimo, dell’essenza e dell’anima dei protagonisti; metterlo in scena sarebbe stato superfluo.

 

Ph. Giuseppe Contarini
[Foto backstage I tappa – Rassegna “Promontorio Nord”, direttore artistico Roberto Bonaventura, Capo Rasocolmo, Cantina Giostra Reitano (ME)]