#SEFOSSIUNFILM: UNO SPETTACOLO/ QUATTRO FILM

A CURA DI ANDREA ANSALDO

Riccardo III. Suite d’un mariage non è un adattamento dell’opera di Shakespeare, piuttosto si tratta di una riscrittura, che porta in scena il violento faccia a faccia tra due suoi personaggi un violento faccia a faccia tra due personaggi: Lady Anna e, chiaramente, Riccardo. Le due anime ben presto si riveleranno troppo impetuose per potersi contenere, finendo per scontrarsi senza alcun risparmio di colpi. Il compromesso non sembra essere possibile per nessuno, nemmeno per gli spettatori testimoni di quest’unione. La complessità dei due personaggi può dar vita facilmente a riflessioni e parallelismi in grado di andare oltre la tradizione shakespeariana e del teatro stesso, riuscendo ad abbracciare anche l’arte cinematografica, altrettanto capace di regalare potenti emozioni, anche se con diverse modalità.
Proprio per questo, ho trovato opportuno accostare quattro pellicole dall’indubbio valore qualitativo all’opera di QA; quattro film la cui visione possa coadiuvare la comprensione di Riccardo III. Suite d’un mariage.
Si tratta di un semplice esercizio di accostamento che, magari, consentirà di addentrarsi ancor di più nelle personalità di Riccardo e Lady Anna.

 

QUARTO POTERE

Titolo originale: Citizen Kane
Anno: 1941
Produzione e distribuzione: RKO, in collaborazione con Mercury Theatre
Soggetto, sceneggiatura e regia: Orson Welles
Interpreti principali: O. Welles (Kane), J. Cotten (Leland), E. Sloane (Mr. Bernstein), D. Comingore (Susan)

«Sei anni fa guardavo la fotografia dei migliori giornalisti del mondo ed ero come un bambino di fronte ad una vetrina di dolci; oggi, sei anni dopo, ho ottenuto questi dolci, tutti quanti.»

Charles F. Kane, il protagonista

Quarto potere (1941) è un film che non ha bisogno di presentazioni, la cui influenza è stata decisiva per l’evoluzione dell’arte cinematografica. È il film che ha convinto la generazione dei Cahiers a fare cinema. Ed è un film semplice, dopotutto. È la vita del Citizen Kane che dà il titolo alla versione originale del film, Charles Foster Kane.
Orson Welles dirige e interpreta la figura di un uomo dal potere sconfinato, capace di influenzare menti e correnti. Ma non si tratta, però, di un biopic, semmai di un giallo.
Il film inizia con la morte di Kane e prosegue la narrazione mosso dal mistero dell’ultima parola dell’uomo: «Rosebud». Ad aiutare l’inconsapevole spettatore a comporre il puzzle giungono in aiuto i flashback. Spezzoni di vita che ritraggono un uomo bisognoso del potere per colmare il vuoto di un infanzia mai vissuta, simboleggiata dallo slittino usato dal giovane Kane per solcare le nevi del Colorado, uno slittino della marca Rosebud. Un uomo incapace di amare se non alle sue condizioni.
Il parallelismo tra Kane e il protagonista maschile di questa Suite d’un mariage è possibile sovrapponendo il loro passato. Entrambi hanno vissuto una storia di privazione e bramano il potere come se questo potesse in qualche modo restituire ciò che è stato loro negato, lo usano come scudo per proteggersi da chi dissente.
Due persone condannate a intendere l’amore non come una benedizione, ma come mero possesso, come trofeo da sfoggiare.

IL DIVO

Anno: 2008
Regia, soggetto e sceneggiatura: Paolo Sorrentino
Produzione: Indigo Film, Studio Canal, Film Commission Regione Campania, Arte France Cinéma
Distribuzione: Lucky Red
Interpreti principali: T. Servillo (Andreotti), A Bonaiuto (Livia), C. Buccirosso (Pomicino), G. Colangeli (Lima), A. Ralli (Ciarrapico), G. Bossetti (Scalfari)

«Roberto, Michele, Giorgio, Carlo Alberto, Giovanni, Mino, il caro Aldo, per vocazione o per necessità ma tutti irriducibili amanti della verità. Tutte bombe pronte a esplodere che sono state disinnescate col silenzio finale. Tutti a pensare che la verità sia una cosa giusta e invece è la fine del mondo e noi non possiamo consentire la fine del mondo in nome di una cosa giusta. Abbiamo un mandato noi, un mandato divino. Bisogna amare così tanto Dio per capire quanto sia necessario il male per avere il bene. Questo Dio lo sa e lo so anch’io.»

Giulio Andreotti ne Il Divo

Il Divo è il soprannome che Mino Pecorelli coniò per Giulio Andreotti, ed è il titolo che Paolo Sorrentino sceglie per il suo biopic basato sulla vita di uno dei personaggi più controversi della storia della politica italiana. Il regista campano, in collaborazione con il suo attore-fetticcio Toni Servillo, dipinge il ritratto di un uomo, più o meno veritiero, agghiacciante, spietato e calcolatore, che perpetra il male in nome di un bene superiore, che ripugna la realtà e la verità per scongiurare “la fine del mondo”.
Questo è ciò che emerge dall’intenso monologo in cui Servillo/Andreotti si rammarica del fatto che la sua amata moglie non abbia idea delle malefatte che il potere debba perpetrare per assicurare stabilità e ordine.
Riccardo III è, invece, un’incarnazione ancora più oscura del potere politico. Se Andreotti vuole mostrarsi, a costo di mentire persino a se stesso, come un protettore dell’ordine pubblico, Riccardo, diversamente, brama il potere come rivendicazione di ciò che gli è stato sempre negato. Entrambi orribili deformazioni della loro ampia influenza, ma mossi da diversi fini.
L’ex Presidente del Consiglio confessa in intimità allo spettatore il suo parziale coinvolgimento nelle stragi avvenute in quegli anni, presentandole però come infami mezzi che il potere utilizza per salvaguardarsi, come se le morti e i rapimenti fossero gli anticorpi di quell’organismo malato che sono le istituzioni da lui rappresentate.
Al contrario Riccardo grida agli spettatori le sue inclinazioni all’abuso e all’inganno, urla la sua indifferenza nei confronti di salotti e cortigiane e afferma con forza la sua volontà di ottenere tutto, perché, semplicemente, può.
Entrambi deformi, entrambi sedotti dal male del potere, anche in modo differente.
Entrambi sono dei piccoli uomini, ma capaci di proiettare un’ombra gigantesca dietro di loro.
L’ombra del potere.

ROOM

Anno: 2015
Regia: Lenny Abrahams
Soggetto e sceneggiatura: Emma Donoghue, tratto dal romanzo di cui è autrice
Produzione: Telefilm Canada Film4, Irish Film Board
Distribuzione: Universal Pictures
Interpreti principali: B. Larson (Joy “Ma”), J. Tremblay (Jack)

«L’amore non ha barriere.» –  Tagline italiano del film

Room (2015) è una storia di libertà negata e riconquistata vissuta dal punto di vista di una madre, Joy, dedita unicamente alla protezione del figlio Jack.
Lei è rinchiusa in una stanza da 7 lunghi anni, segregata e abusata regolarmente. La sua prigionia è destinata a cambiare quando nasce Jack, frutto di una violenza.
Il motore dell’intera vicenda è il continuo senso di meraviglia del bambino, dapprima legato agli oggetti della stanza come se fossero delle persone, poi inondato dagli stimoli del mondo esterno. La sua figura infantile risulta estremamente tenera e commovente proprio per la sua ingenuità e inconsapevolezza, ma Room è prima di tutto una storia di prigionia e liberazione di una madre dalle barriere dell’abuso.
Joy, come Lady Anna, è costretta, rinchiusa, limitata. Ma la differenza tra le due donne è comunque evidente.
Lady Anna vive il lacerante dramma che scaturisce dall’amare l’uccisore del marito e del suocero, pur non riuscendo a liberarsi dal suo desiderio di vendetta, che la porterà a tentare l’omicidio di Riccardo più volte. Joy, al contrario, non può più agognare la vendetta nei confronti di colui che l’ha resa prigioniera e che le ha donato un figlio in uno dei tanti abusi che le ha perpetrato. È una donna costretta a limitare il suo odio per amore di un bambino che non ha mai voluto, compiendo un’impresa che porterà entrambi alla libertà e all’emancipazione.
Joy quindi arriva dove Lady Anna non potrà mai, poiché la tragedia di quest’ultima non sta tanto nella prigionia, quanto nell’essere stata svuotata da ogni buon sentimento.

LADY VENDETTA

Titolo originale: 친절한 금자 (Chinjeolhan geumjassi)
Anno: 2005
Regia, soggetto e sceneggiatura: Park Chan-Wook
Produzione: Moho Film
Distribuzione: Lucky Red
Interpreti principali: Lee Young-ae (Lee Geum-ja), Choi Min-sik (Mr. Baek)

«Un angelo? È mai possibile? Crede davvero ci sia un angelo in me? Se è cosi, allora dov’era quell’angelo quando ho commesso un crimine così atroce? Ho pensato molto alle sue parole. Mi sono chiesta: perché il pastore mi ha detto questo? E poi ho capito. L’angelo che è in me si manifesta soltanto quando sono io a chiamarlo. Dove sei? Per favore, vieni da me. Io sono qui. Quest’atto d’invocare un angelo in realtà non è altro che una preghiera; e la prigione è un posto ideale per imparare a pregare. Per me è stato così. Perché qui non possiamo fingere. Noi sappiamo di essere tutti peccatori.»

Geum-Ja, la protagonista

Lady Vendetta di Park Chan-Wook narra le torbide vicende di Geum-Ja, una studentessa colpevole di essere stata complice del rapimento e della successiva morte di un bambino.
La colpa ricadrà interamente su di lei, che sarà condannata a una lunga detenzione in carcere, mentre il vero colpevole del crimine resterà impunito e libero di continuare la sua opera criminale. L’incarcerazione darà modo a Geum-Ja di iniziare un lento processo di redenzione.
L’avvicinamento alla religione cristiana, i suoi tratti angelici e i modi gentili regalano l’immagine di una donna cambiata, rinata dalle ceneri di una colpa solo in parte a lei attribuibile.
La ritrovata libertà, al contrario, ci regala una protagonista diversa, spietata e vendicativa, che si presenta, anche esteticamente, come una donna “vestita per uccidere”.
La vendetta al femminile firmata dal regista sudcoreano ha come fine ultimo la redenzione, il “vivere bianco”, metaforicamente raffigurato nel finale da una candida forma di tofu in cui Geum-Ja affonda il viso.
La Lady Vendetta del film è solo in parte sovrapponibile a Lady Anna. Entrambe sono tormentate dalla morte e ardenti di vendetta, ma Lady Anna, pur sentendo la necessità di pareggiare i conti con l’assassino dei suoi cari, deve fare i conti l’affascinante malvagità che egli rappresenta. Geum-Ja invece non ha dubbi, per lei la vendetta è redenzione, spugnetta abrasiva che toglie il sangue secco sulle sue mani. Geum-Ja arriva al suo obbiettivo, si veste da vendicatrice per ottenere una rivalsa non solo per sé, ma per tutte le altre vittime di un mostro rimasto troppo tempo impunito. Lady Anna al contrario continuerà a vivere nel dramma di un amore impossibile che convive con un odio più che giustificato nei confronti di Riccardo, il suo sanguinario carceriere. È una donna bloccata, incapace di allontanarsi da un uomo orribile ma, al tempo stesso, sempre pronta a escogitare un piano per liberarsi del Duca di York e porre fine alla sua distruttiva esistenza. La storia di Geum-Ja è la rivalsa che Lady Anna non otterrà. Il sogno arrivato prima di spegnersi.