RICCARDO, VITTIMA E CARNEFICE

di ANGELO MORABITO
Ph. Valentina Messina

«Io amo me stesso, io odio me stesso» è un inciso, frutto della riscrittura del dramma shakespeariano, che non può essere dimenticato né può passare inosservato, un ossimoro vigorosamente pronunciato, vissuto ed incarnato da Riccardo III nell’omonima opera messa in scena domenica 18 novembre, che scuote profondamente le coscienze dei presenti, ponendo lo spettatore innanzi alla fragilità umana e a tutto ciò che da essa scaturisce.

Nella Chiesa gotica di Santa Maria Alemanna di Messina, nel corso del primo appuntamento della sesta edizione della rassegna Atto unico. Scene di vita, Vite di scena il noto drammaturgo Auretta Sterrantino, propone la sua originale versione di Riccardo III. Suite d’un mariage curandone sapientemente la regia e operando un accorto ed intenso lavoro di tessitura testuale, incrociando con maestria luci, musica e drammaturgia.

Gli interpreti, Michele Carvello e Giulia Messina, rispettivamente nei panni di Riccardo III e Lady Anna, in modo limpido e autentico sono riusciti, nella non facile impresa, a rendere il dramma attuale, accostandosi intimamente ai personaggi.

Lapalissiana è la dicotomia di sentimenti contrastanti che si percepisce immediatamente. Mentre gli spettatori si accingono a prendere posto, i due giovani attori si ritrovano al centro della Chiesa e attraverso una danza rituale iniziano a dare animo ai personaggi. Il clima è già evocativo, ardente, teso, scandito perfettamente dalle musiche, per altro originali, a cura di Filippo La Marca e Vincenzo Quadarella che si accordano e amalgamano con ogni elemento del dramma.

“Prestato, vecchio, nuovo, blu” è il mantra che riecheggia, sono le parole di Lady Anna, figlia del duca di Warwick, vittima sacrificale di un Riccardo crudele quanto fragile, assetato di potere. Lui in bianco, lei in nero, dettaglio cromatico di non poco conto, che evidenzia il persistente e infimo contrasto tra i due. Il matrimonio è lo sfondo nel quale Riccardo e Lady Anna si scontrano, si ritrovano, si amano, si odiano, sempre in una danza osmotica. Tutto è in continuo divenire, plasmato dal dolore, da un turbamento percepito in modo chiaro, che mette quasi a disagio lo spettatore. Un anello, velenoso e opprimente, li unisce nella medesima, tragica, sorte. Minimalista, accurato ed evocativo l’allestimento di Valeria Mendolia, che fa da cornice precipua al fatto teatrale.

La pièce si incanala perfettamente all’interno dell’alveo della rassegna “tradimento”, filone che sarà sviscerato e approfondito anche nel corso dei prossimi quattro appuntamenti.

Questo il dramma messo in scena dalla Sterrantino, che senza tracotanza si conforma abilmente allo spirito shakespeariano di matrice vittoriana.

È però, al contempo, una riscrittura attuale che permette ai mali reconditi del nostro tempo di emergere prepotentemente, affinché lo spettatore possa con essi avere un confronto diretto, un’esperienza reale, viva.

Desta curiosità e interesse anche la tavola rotonda, condotta e veicolata magistralmente dal critico teatrale, nonché docente di drammaturgia al DAMS, Vincenza Di Vita, che cura anche l’ufficio stampa e l’osservatorio critico di QA. Chiari e precisi gli interventi dei professori dell’Università degli Studi di Messina Maria Serena Marchese e Francesco Paolo Campione, appositamente invitati per apportare ulteriori benefici alla discussione.

Utili  dalla perfetta fruizione dell’opera anche gli  #approfondimentiunici con le interviste, sempre a cura della Di Vita, a coloro che hanno collaborato artisticamente a Riccardo III. Suite d’un mariage, opera questa, che per lo smisurato pregio artistico, i fortunati spettatori, sicuramente (e oserei dire giustamente) non dimenticheranno con facilità.