#TESSEREBLU – TROVARE UNA SINTESI

INTERVISTA AD AURETTA STERRANTINO PER MINIMA MENTE BLU
a cura di Marta Cutugno

Qualche domanda ad Auretta Sterrantino, regista e drammaturgo dello spettacolo Minima Mente Blu, che sarà in scena all’Area Iris, sabato 17 settembre alle ore 21.30 per il CORTILE TEATRO FESTIVAL

Minima Mente Blu, I capitolo della Trilogia dell’Arte, è un secondo studio che prende le mosse da un primo studio realizzato nel 2016. Torna il concetto di ‘nudità’ ma quale maturazione lo accompagna dopo sei anni?
Nel 2016 abbiamo messo in scena un primo studio il cui titolo era proprio Nudità. Chiaroscuro permanente.
Vale forse la pena di chiarire che non utilizzo l’espressione ‘studio’ nel senso comunemente diffuso, cioè per indicare l’esito parziale e incompiuto di un percorso ancora in itinere, quanto piuttosto per sottolineare che si tratta – come sempre è stato nei miei lavori – del frutto di un lungo processo di studio che trova forma in quello che viene proposto al pubblico, ma che in quella forma – compiuta e non incompleta – non si fissa immutabilmente, avocando così a sé (e a me stessa) il diritto al “movimento perenne”. L’opera non si cristallizza, non diviene più fotografia di un momento, ma può e deve potersi evolvere, se se ne sente la necessità. Perché la stasi è nemica del Teatro, per lo meno di un teatro concepito come azione.
Fatta questa dovuta premessa, in Nudità, primo studio di questo primo capitolo, in scena c’erano tre personaggi: un pittore, il Maestro Kappa, un musicista, il Maestro Esse, e la giovane Sibilla, loro apprendista.
Tutto ruotava intorno alla ricerca artistica, all’arte come ossessione e alla necessità di offrirsi nudi di fronte a essa, cioè privi di sovrastrutture, di condizionamenti, di infingimenti. Trovare la propria esatta essenza imperfetta e così offrirsi all’altare dell’Arte. Allo stesso tempo la nudità era vista non solo come mezzo per raggiungere l’Arte ma anche come obiettivo dell’Arte e dell’artista, unica cosa che vale la pena di eleggere come oggetto della propria ricerca, unica via per la pura essenza.
Questo concetto di nudità, come necessaria accettazione del sé e punto di partenza per ogni ricerca o confronto, sta al centro anche di Minima Mente Blu.
In questo caso in scena c’è solo Sibilla – l’apprendista di Kappa ed Esse – e tutto si muove intorno alla ricerca e all’ossessione di raggiungere l’obiettivo di questa ricerca. Ma anche in questo caso è solo un onesto atto di accettazione di sé e della realtà che può far compiere un passo dopo l’altro. Essere nudi significherebbe, infine, smettere di nascondersi. Di nascondere agli altri ciò che non accettiamo di noi stessi e di nascondere a noi tutte quelle verità che ci fanno troppo male.
Quando ogni velo cade, è solo allora che siamo liberi ed è solo allora che possiamo offrirci alla vita e dunque all’Arte.
Ma quale è la giusta via da percorrere? La fascinazione per l’arte – intesa come mondo di evasione, come cura o mezzo per raggiungere una presupposta verità – e la dipendenza da un mondo di finzione, eletto a unica realtà possibile, sono pericolosi oppiacei, diversivi che spingono su una strada accidentata.
Di certo, rispetto ad altri miei lavori, un aspetto che è differente – non mutato, ma differente – è che in questo spettacolo – come già in Nudità – si guarda all’artista mettendone in evidenza sì le capacità particolari di leggere gli altri e la realtà, ma anche le pericolose ossessioni che spesso si accompagnano a delle sensibilità altre e provando a puntare un faro sulle conseguenze che l’ossessione può avere su noi stessi e sugli altri.

Lo spettacolo parte da una riflessione sulla poetica di Kandinskij e Schönberg, intrecciando musica e colore. In che modo parola, suono e movimento si pongono al servizio di questi due grandi maestri? 
Lo studio parte proprio dal modo in cui i due artisti – per un certo tempo intellettualmente molto vicini – concepivano non solo musica e colore ma in generale l’arte, la cui forma più completa era per loro quella delle ‘composizioni sceniche’, in cui differenti linguaggi artistici potevano trovare una sintesi e dar vita a quell’arte totale la cui teorizzazione parte dallo stesso Wagner.
Nello spettacolo si ragiona proprio su come diversi linguaggi possano trovare una sintesi per diventare un solo linguaggio compiuto e completo (che poi è in un certo qual modo parte dell’idea che sta dietro al mio modo di lavorare). Ma questo non è il tema dello spettacolo, quanto piuttosto uno strumento per cercare e trovare altro: musica e colore e il linguaggio a essi sotteso sono elementi drammaturgici portanti del lavoro ma il punto cruciale è altrove.
Kappa ed Esse non rappresentano Schönberg e Kandinskij, ma li evocano. Dietro a molto del lavoro di ricerca che è stato fatto, al di là delle teorie e degli scritti dei due grandi Maestri – studiati, accolti nel testo, vivi nel lavoro condotto – lo studio si è nutrito di altri studiosi che si sono mossi intorno agli aspetti che mi interessava mettere a fuoco, soprattutto in particolare rispetto alla relazione tra musica e colore. Mi riferisco, tra gli altri, soprattutto a Skrjabin, Klee, Von Hartmann e rispetto al concetto di nudità alle teorie di Modigliani.

Ph. Giuseppe Contarini –  Fotoinscena