SIMMETRIA EDUCATIVA

«RISCOPRIRE IL MONDO CON OCCHI DIVERSI»
a cura di Sara Curreri, Francisca Mangano, Maria Francesca Visalli

In occasione di un tour di presentazione del cortometraggio Antonino organizzato nella seconda metà di gennaio 2026, pubblichiamo un’intervista all’autore e regista Angelo Campolo, direttore artistico della Compagnia DAF Project, attiva a Messina dal 2002, con l’intento di promuovere l’arte come strumento di trasformazione, incontro e cittadinanza. Il cortometraggio è ispirato a una delle storie emerse durante i laboratori teatrali condotti da Campolo nell’ambito degli interventi promossi da USMM (ufficio servizio sociale minori) Messina che nel tempo hanno anche incrociato il protocollo Liberi di scegliere, ideato dal magistrato Roberto di Bella. Durante le riprese realizzate a Messina, nel marzo del 2025 abbiamo avuto il piacere di conversare con il regista, che ci ha permesso di comprendere meglio il tipo di lavoro che svolge.

Dai laboratori teatrali all’esperienza cinematografica: qual è stato il lavoro che ha portato alla nascita della sceneggiatura?
Il percorso che ha seguito la sceneggiatura è conseguenza di quello che già normalmente faccio in teatro: parallelamente alla mia attività di educatore e formatore, porto avanti un percorso di teatro di narrazione dove racconto proprio le esperienze che ho vissuto e che vivo in ambito educativo. L’obiettivo è quello di fare divulgazione e sensibilizzare le persone sul tema della giustizia nel mondo minorile, poiché spesso noto che viene giudicato con il filtro dello stereotipo. Inoltre, alcuni mi hanno invitato più volte a cogliere il valore universale di certe storie. Per questa in particolare mi è stato detto: «Ma perché non la trasformi in una storia cinematografica?». C’è stata la concomitanza con un bando che chiedeva proprio proposte di sceneggiature e, solo grazie a questo, ho trovato lo stimolo per sedermi, ragionare, studiare un modo per narrare questa storia attraverso un linguaggio cinematografico.

A cosa è ispirato questo cortometraggio?
Antonino è ispirato a un episodio realmente accaduto. Ormai da più di dieci anni ho integrato e virato il mio lavoro di attore e regista scegliendo di diventare anche un educatore: questo mi ha permesso di entrare in contatto con tante realtà complesse, difficili, come quelle legate ai percorsi di giustizia del mondo minorile. Il cortometraggio, nello specifico, si riferisce a uno dei primi episodi che ho affrontato durante i laboratori teatrali condotti per USSM. Si tratta, in realtà, di uno degli episodi più complessi che mi sia capitato: non ero attrezzato, ragionavo molto con la mente del teatrante e poco con quella dell’educatore e questo ha dato vita a una serie di errori educativi.

Cos’è il protocollo Liberi di scegliere?
Quello che il giudice Di Bella ha innescato è qualcosa di profondamente delicato. Liberi di scegliere, infatti, nasce per riflettere su come i legami familiari condizionino inevitabilmente la vita dei giovani: un grande passo avanti nell’inquadrare i fenomeni di illegalità in ambito minorile, così da avere la prontezza di intervenire preventivamente, evitando che un ragazzo compia illeciti, soprattutto in contesti profondamente segnati da criminalità o da povertà educativa. Intervenire significa anche offrire un’alternativa attraverso un’opera di sensibilizzazione alle famiglie, facendo sentire loro che lo Stato c’è e che è capace di intervenire mediante dei percorsi alternativi.

Come mai ha deciso di dedicarsi al teatro sociale?
Al teatro sociale mi sono rivolto più di dieci anni fa, dopo aver avuto una crisi perché non mi ritrovavo nel modo in cui viene oggi prodotto e fruito il teatro. La mia decisione è stata frutto di un percorso naturale, non di un percorso razionale. Penso ai maestri da cui ho avuto la fortuna di apprendere, ad esempio Ronconi, il quale, nonostante non si occupasse di teatro sociale, mi ha trasmesso questa tensione verso la materia. In particolare, Liberi di scegliere è stata per me una grande opportunità, una grande occasione di crescita umana e professionale. Negli anni ho anche incontrato dei ragazzi che non avevano direttamente compiuto reati ma provenivano da contesti familiari difficili, il cui destino, in un certo senso, era segnato. Il modo in cui noi interveniamo è estremamente delicato perché bisogna evitare di ergersi a giudici rispetto a cosa è giusto e che cosa è sbagliato.

Come opera il suo teatro all’interno dei percorsi di giustizia?
Innanzitutto parliamo di percorsi di giustizia non relativi alla carcerazione, ma a tutto quello che avviene prima (messa in prova, custodie cautelari): un mondo in cui si interviene con la speranza che il cammino dei ragazzi possa prendere una direzione diversa. Noi speriamo che il teatro, al pari di tante altre attività che vengono loro offerte, possa giocare un ruolo importante nel far sperimentare ai ragazzi delle cose che normalmente non farebbero nella vita. Ponendosi in quest’ottica, bisogna fare tesoro della consapevolezza che il teatro può essere davvero uno strumento e non solo un fine, ma non è sempre semplice perché quando pensiamo alla parola ‘teatro’ immaginiamo solo lo spettacolo. Penso che il teatro sia un mezzo potentissimo che potrebbe essere utilizzato anche nell’ambito dell’insegnamento a prescindere dai contesti di marginalità, infatti quando lavoro con i ragazzi faccio sì che il momento di rappresentazione, se c’è, sia davvero a latere ma non rappresenti il focus del percorso.

In che modo riesce a instaurare un rapporto con i ragazzi?
Negli anni ho imparato innanzitutto a non diventare amico dei ragazzi, che è una delle trappole nelle quali alcuni, anche se in buona fede, cadono. Bisogna sempre mantenere una simmetria educativa perché i ragazzi hanno tantissimi amici, quello che manca loro, soprattutto in determinati contesti, è la possibilità di relazionarsi con un adulto in un modo diverso, che li rispetti e li consideri parte di un gioco di squadra. Questa è per loro un’esperienza inedita: uno scenario nuovo grazie al quale possono riscoprire il mondo con occhi diversi.