OLTRE LA SOGLIA DELL’ASSOLUTO

#SCENEDACLASTEAVIII
di Sara Curreri e Francisca Mangano

Scrivere un diario su CLASTEA VIII, significa pensare a qualcosa che è già successo, a qualcosa che si è chiuso senza, però, finire. Il convegno ha visto riunirsi nella città di Messina una quantità inimmaginabile di studiosi, una quantità impensabile per delle studentesse universitarie ancora alle prime armi con il mondo accademico. Così come gigantesco ci è sembrato il tema trattato: CLASTEA – International Conference on the Reception of Ancient Models in Modern and Contemporary Theatre nasce da una rete scientifica internazionale tra le Università di Coimbra (Portogallo), Università di Granada (Spagna), Università Nazionale di Mar del Plata (Argentina) e l’Università Nazionale di Rosario (Argentina) e il tema della sua VIII edizione è stato Sulla scena. Mito e Rito tra passato e presente.
Parlare delle giornate del convegno (4-7 novembre, con una sessione speciale l’8 a Reggio Calabria, preceduti il 29 e il 30 ottobre da due workshop introduttivi per noi studenti) significa guardare con più distacco qualcosa che ha tolto tante energie per la sua preparazione, organizzazione e coordinamento, ma che ha lasciato molto di più, alimentando le menti e arricchendo i cuori di chi ha partecipato.
Aver mangiato allo stesso tavolo con le persone con cui sognavamo e sogniamo tutt’ora di crescere, dalle quali sentiamo il bisogno di imparare, con il tipo di persone che sentiamo di voler essere, ci ha fatto sentire ancora più legate ad argomenti a cui abbiamo sempre desiderato accedere.
Abbiamo avuto una settimana per poter raccogliere più informazioni possibili, per poterci confrontare con persone che poi − chiuso il sipario, tirate le tende, risistemate le aule − sono tornate da dove sono venute, portandosi tutto ciò che nella vita hanno imparato. Abbiamo avuto una settimana per poter condividere esperienze di ogni tipo: dal trasporto di bottigliette e del materiale necessario durante il convegno, ai pranzi di gruppo, alla cena sociale, all’acquazzone di Siracusa, che ha coronato la fine di una settimana stancante, un loop incessante, qualcosa che senza passione e amore sarebbe risultato insopportabile ma che ci ha restituite all’esistenza più consapevoli, vive e sicuramente più ‘ricche’ di prima.
CLASTEA VIII è la dimostrazione che il sapere è guida ma deve essere anche guidato, che unisce in modi spesso irrazionali, insensati, che raggruppa indipendentemente dai caratteri e dalle personalità degli individui, che è possibilità di incontro e confronto ovunque ci sia spazio.

EST. – MESSINA – DEHORS DI UN BAR –  29 OTTOBRE – POMERIGGIO
Sara (18 anni) e Francisca (20 anni) sorseggiano un tè e mangiano biscotti al burro. Di quelli a metà: semplici come le cose di una volta da una parte e ricoperti di cioccolato fondente dall’altra, come le cose belle ma difficili, quelle che devi mordere e assaporare per capirne la complessità. Chiacchierano dell’inizio di CLASTEA e di come ci sono arrivate.

F.: Eppure, se ci penso, la mia partenza è stata improvvisa ma organizzata. Sono partita dalla Germania il 27 ottobre con il cuore in gola, con quel senso di colpa che prova solo chi sa che dovrebbe fare la cosa giusta ma la mette da parte per farne una utile, bella, una che desidera davvero.
S.: Anch’io desideravo fare qualcosa di bello con voi, qualcosa che potesse essere un momento di incontro, di ritrovo, uno spazio condiviso da chi ama il sapere e lo custodisce con cura, da chi vive per la cultura.
F.: Proprio per questo tornare a Messina, riunirmi con voi – il gruppo di persone a cui sento di appartenere – è il rituale che negli anni ho creato per me stessa, per salvaguardare quel lato di me che in pochi conoscono ma che in molti sanno.
S.: Noi siamo tornati senza partire, tornati a vederci. Dei ‘viaggi’ diversi, ma con una meta comune che ci ha riuniti anche se Messina non l’abbiamo mai lasciata. Vestirci di nero, osservare, ‘nasconderci’, scrivere. Rileggere, cancellare. Riscrivere. Sento quasi qualcosa risvegliarsi dentro di me: non una semplice curiosità, ma una forma di appartenenza.
F.: Per me è lo stesso, ricongiungerci è sempre un’occasione per apprendere e amare ciò che di nuovo mi viene offerto. Solo così per me ha senso tornare: a casa dopo una lunga giornata, dalla mia famiglia dopo una lunga settimana, in un posto amato e ormai lasciato, un posto odiato ma da cui non riesco ad allontanarmi definitivamente.
S.: Io non voglio allontanarmi. Sento che questo è il mio luogo, quello in cui sto bene, quello dal quale non voglio separarmi.
F.: Lo capisco e ti invidio. Per quanto io stia bene qui a un certo punto sento l’esigenza di andare via ma quando sono lontana sento l’esigenza di tornare.
S.: Forse, allora, non esiste una verità valida per tutti e sempre, ma tutto è relativo. Tutto ciò che ci circonda viene filtrato dagli occhi di ciascuno di noi: ne cerchiamo il significato. Talvolta è così esplicito da essere uguale per tutti, altre volte, invece, è talmente celato da assumere sfumature di senso differenti. Dipende dalle prospettive, dai punti di vista.
F.: La concezione di qualcosa che per molto tempo si è percepita come oggettiva, assoluta, può essere stravolta in un giorno, in un’ora, con una sola conversazione, un solo confronto.
S.: Per questo, a volte, è necessario andare oltre ciò che noi percepiamo e cercare un dialogo con ciò che gli altri vogliono farci percepire…
F.: con ciò che gli altri vogliono trasmetterci.
S.: Siamo abituati a giudicare ogni cosa collocandola in uno dei due estremi che abbiamo fissato come limiti del mondo, non trovando un equilibrio in ciò che, invece, ne ha bisogno. Ma sarebbe proprio questo che rende unico ogni individuo: percepire una tonalità di colore in un mondo che rischia di diventare, a causa nostra, privo di sfumature.
F.: È strano pensare come ogni aspetto della realtà che viviamo e ogni situazione in cui ci troviamo vengano percepiti da ciascun individuo in modo differente.
S.: Questa è una cosa che abbiamo sperimentato anche a teatro: ogni elemento, ogni gesto, ogni parola è portatore di un significato ma questo significato può essere soggetto a molteplici interpretazioni.
F.: Già… Ad esempio, non sempre il significato che una scena nel suo complesso esprime per lo spettatore coincide con l’intenzione del regista.
S.: Addirittura può accadere che un oggetto in scena si carichi per chi guarda di un senso forte che non necessariamente è stato costruito e orientato dalla volontà del regista. In ogni caso il significato primo e ‘assoluto’ che ogni oggetto porta con sé entra in dialogo con la costruzione della messinscena, almeno agli occhi dello spettatore.
F.: Ho riflettuto tanto sull’insieme dei simboli che rendono vivo il teatro ed è così intrigante sapere che ognuno può interpretare una stessa immagine in modo diverso e attribuire a tutto ciò che vede un differente significato.
S.: Comunque è bello tornare a parlare di queste cose con te.
F.: Anche per me. Mi sei mancata.

EST. – MESSINA – CHIESA DI SANTA MARIA ALEMANNA – 4 NOVEMBRE – SERA
Sara e Francisca sono sedute su una panchina fuori dalla Chiesa di Santa Maria Alemanna. Per tutto il giorno hanno assistito alle conferenze. Sono stanche ma è il loro momento preferito: parlano e tirano le somme di una lunga giornata. C’è vento, sta per piovere. 

F.: Stamattina è stato un ‘dentro’: dentro le stanze dei professori, fra i corridoi dell’università, la mattina dentro l’Aula Magna del Rettorato, così grande, così imponente. Un turbinio di emozioni, di saliscendi, di aiuti, di domande, di risposte.  Un ‘dentro’ fatto di forza, di sostegno, di «ce la possiamo fare!», di caldo inaspettato. Noi, ragazze della segreteria, mimetizzate, muovevamo tutto quello che doveva risultare perfettamente al suo posto, connesse con un ‘fuori’ che parlava tante lingue e che paziente aspettava risposta.
S.: Anche per me è stato un ‘dentro’. Dentro una sala piccola ma confortevole, la Sala dell’Accademia dei Pericolanti, nel caldo di un pomeriggio intenso, mentre i raggi del sole, forti, si fanno spazio tra le finestre, accompagnandomi fino alla sera. Un ‘dentro’ ricco di parole, di pareri.
F.: Noi ragazze della segreteria abbiamo fatto avanti e indietro per l’accoglienza e le iscrizioni degli studenti, mentre a turno cercavamo di ascoltare i professori che parlavano e facevano i loro interventi. Come i topini di Cenerentola spiavamo dalle fessure, dalle porte più lontane, nascondevamo la stanchezza dietro i programmi o sedute sulle poltrone più nascoste; stavamo dietro, vigili e mai spente, illuminate da quei raggi di sole che colpivano anche te, Sara, quelli che hanno reso la stanza confortevole, calda, accogliente e che ci hanno dolcemente accompagnate fino alla fine della giornata.
S.: Io, invece, con gli altri studenti e con i convegnisti, ho ascoltato le relazioni in programma. Un programma ricco, che ha dato voce a prospettive diverse e mi ha permesso di conoscere punti di vista differenti. Ho capito che il teatro, quello antico come quello contemporaneo, non è solo parola ma anche spazio: ogni elemento diventa parte di un linguaggio complesso che dialoga con lo spettatore per la ‘celebrazione’ di quel rito che è il teatro, un rito che senza lo spettatore non può compiersi. Un linguaggio che, nel teatro greco come nella danza classica indiana Bharatanāṭyam, può essere codificato attraverso σχήματα in cui a ogni gesto corrisponde un determinato elemento o concetto. La rappresentazione si può spostare in una sfera simbolica che dialoga direttamente con la percezione soggettiva del singolo spettatore: comprendo così l’importanza di superare la soglia dell’assoluto e andare oltre ciò che appare universalmente valido.
F.: Siamo state nello stesso luogo ma mai nello stesso momento: un pomeriggio che si è concluso senza che noi ci toccassimo davvero. 

INT. – MESSINA – CHIESA DI SANTA MARIA ALEMANNA – 4 NOVEMBRE – SERA
Sara e Francisca si alzano dalla panchina e, chiacchierando, si dirigono verso l’entrata della chiesa, in cui si stanno svolgendo i preparativi per lo spettacolo CENERE. Per una poetica dell’impossibile, che andrà in scena di lì a poco.

S.: Ci sono posti più memorabili di altri, posti che ti lasciano un segno indelebile e che risvegliano in te quasi un senso di nostalgia ogni volta in cui ti ci fermi. Questo è uno di quelli… Non riuscirò mai a spiegare con parole concrete cosa questo luogo susciti in me: l’alone di mistero che lo circonda, l’atmosfera densa, quasi cupa ma allo stesso tempo familiare, avvolgente.
F.: Una chiesa che ho sempre visto in video, ambientazione di alcuni spettacoli di QA. Un posto magnetico, intorno al quale ho sempre girato ma in cui non ero mai entrata. Un ambiente possente, che abbraccia chi entra, che abbraccia lo spazio, indipendentemente da ciò che accade dentro.
S.: Attraversiamo una porta che cigola, entriamo in un’altra realtà…
F.: … ne facciamo parte.
S.: Mi sembra che le luci fioche, morbide, ci abbraccino delicatamente. Il silenzio incombe… senti le voci indaffarate di Auretta, Vincenzo, Elena, Giulia e Carlotta? Guarda come sono concentrate nella sistemazione degli ultimi dettagli dello spettacolo… Si sente l’eco delle loro risate e i passi veloci da una parte all’altra della chiesa.
F.: Per ora forse è meglio restare in un angolo… abbiamo il privilegio di essere spettatrici di qualcosa di intimo che appartiene solo a loro.
S.: Noi, ingranaggi di un sistema più grande, parti di una ruota che gira, di un flusso inarrestabile…
F.: Loro si preparano…
S.: Giulia indossa il costume di scena…
F.: Auretta le sistema i capelli e poi la trucca…
S.: Carlotta la aiuta.
F.: Elena si rende disponibile dove serve. Vincenzo fa il soundcheck.
S.: È affascinante vedere come lavorano alle luci, facendo i puntamenti e le memorie delle scene.
F.: Mi colpisce vedere come le ultime prove per testare le memorie luci siano fatte con un’attenzione quasi religiosa. Sono momenti particolari, con cui non si ha la possibilità di approcciarsi quotidianamente.
S.: Un cronometro scandisce il tempo necessario.
F.: Le voci si abbassano, come se il luogo stesso imponesse rispetto. Non è solo un’ultima prova tecnica: è una soglia, un passaggio; un rito che si compie nel tempo sospeso tra il quotidiano e lo spettacolo.
S.: Il processo più affascinante è e sarà sempre quello della preparazione, che negli spettacoli di Auretta consente all’attore di predisporsi per divenire personaggio: adesso non si sentono più delle risate in sottofondo.
F.: Adesso anche noi dobbiamo fare silenzio… gradualmente le luci si abbassano e la chiesa inizia a riempirsi di spettatori.
S.: Guarda… nel buio più totale, la luce riflessa della luna bagna la scena.
F.: Non resta che attraversare il confine: il rito ha inizio e il mito prende voce.

EST. – MESSINA – DUOMO –  5 NOVEMBRE  – SERA
Sara e Francisca si incontrano dopo la cena sociale, parlano della giornata e dopo Francisca racconta a Sara i momenti salienti della serata a cui Sara non ha partecipato.

F.: La giornata è iniziata troppo presto ma per fortuna è quasi finita. È stata tanto piena, non saprei da dove cominciare…
S.:  In realtà sono curiosa della parte in cui sono mancata. La giornata è stata così densa che anche io ho bisogno di metabolizzare…
F.: È strano cominciare dalla fine ma sono d’accordo… per la prima volta è alla fine che voglio lasciare più spazio, per raccontarti di qualcosa che è stato nuovo anche per me.
S.: Provo a immaginare… voci che si intrecciano tra loro… lingue diverse in cerca di un contatto…
F.: È stata l’occasione perfetta per sperimentare anche la spensieratezza e la leggerezza dell’ambiente accademico.
S.: Fammi immaginare di esserci.
F.: Allora… tanti tavoli, tante culture diverse. Tutti chiacchieravano, chi più discretamente chi più rumorosamente. Ma quello che mi ha colpito è stato il fatto che, pur nella convivialità, durante la cena non si è abbandonato mai il lavoro, non si è abbandonata mai la ricerca ma la si è alimentata condendo tutto con risate più rumorose e conversazioni più animate.
S.: Cerco di ricostruire tutto partendo da te. Cerco di guardare ciò che i miei occhi non possono vedere.
F.: È stato l’alzarsi dopo un pasto, il venirsi incontro dopo il caffè, il buttarsi a capofitto in una discussione terminata solo dopo essersi augurati la buonanotte. È stato chiedersi in quale lingua si preferisse comunicare, fare foto con chi non si voleva dimenticare, è stato ridere un po’ troppo, parlare della cena anche il giorno dopo.
S.: Immagino piccoli gruppi che si formano e si sciolgono, discussioni che continuano senza che nessuno se ne accorga.
F.: CLASTEA era ancora lì, ma in un’altra forma, alimentando rapporti, riannodando legami, dando l’occasione di conoscersi oltre quel velo tirato durante gli interventi.
S.: Credo che questo abbia accolto e permesso di discostarsi, almeno un poco, dalle formalità che guidano questi incontri…
F.: Sì, mi ha mostrato un lato di questo ambiente che non credevo neanche potesse esistere e che avrei voluto davvero tanto condividere con te.
S.: Ci sono esperienze che non coincidono, ma che trovano comunque un punto d’incontro.
F.: Tra chi c’era…
S.: …e chi avrebbe voluto esserci.
F.: Tra ciò che è stato vissuto…
S.: …e ciò che verrà raccontato.
F.: E forse è anche questo un modo di condividere.

INT. – MESSINA – RETTORATO –  6 NOVEMBRE – MATTINA
Sara e Francisca si ritrovano al rettorato in attesa dell’inizio dell’ultima giornata di convegno. Sono stanche ma contente e non vedono l’ora di vivere insieme l’intensa mattinata che le aspetta.

S.: Oggi è l’ultima tappa del nostro viaggio, un viaggio iniziato da luoghi diversi ma che ci ha visto riunire in uno stesso posto.
F.: Oggi si conclude un percorso attraversato con ascolto e attenzione verso l’altro, un percorso lungo e ricco di incontri… però forse avrei voluto che durasse di più.
S.: Già… abbiamo vissuto nuove esperienze, conosciuto nuove persone che ci hanno accompagnato in questo cammino. Abbiamo raggiunto la meta che tanto attendevamo, una meta che non era ‘arrivare’, ma ‘condividere’.
F.:  Tra poco ci saranno gli interventi per noi più importanti… è inutile negarlo, perché ci sentiamo membri del team in tutto e per tutto!
S.: C’è agitazione. Sono troppo dispiaciuta di non poterli seguire… ti prego prendi gli appunti pure per me! Scrivi, ascolta, non mi fare perdere niente! Cerca di assorbire ogni parola come le spugne assorbono l’acqua.
F.: Scrivo per te, per non dimenticare, per avere ancora una volta qualcosa di cui parlare, di cui discutere.
S.: Ci conto. Ci vediamo pomeriggio!

 

INT. – MESSINA – AULA MAGNA DEL RETTORATO –  6 NOVEMBRE – POMERIGGIO
Francisca sta aspettando Sara, mentre aiuta la compagnia che si prepara ad andare in scena. È la serata conclusiva; non appena finirà l’ultima sessione del convegno, andrà in scena Ulisse. L’arte della fuga. I minuti scorrono, Sara tarda, Francisca è indaffarata tra la segreteria e la compagnia. Le due entrano nell’Aula Magna senza riuscire a sedersi vicine. Il loro è un dialogo muto, di spirito e di pensiero.

S.: (tra sé) Torno nel pomeriggio, finalmente. È quasi buio, prima del solito. Prendo posto: terza fila, ultima sedia, a destra. Sul marmo lucido del pavimento gli ultimi raggi di sole che, timidamente, si fanno spazio tra le finestre. I minuti scorrono veloci: quasi non sento la stanchezza della mattinata che mi sono appena lasciata alle spalle, senza di voi. Seduta lì, in quell’angolo discreto ma privilegiato, lascio che le parole degli ultimi relatori mi attraversino, così inizio a sentirmi parte di un fluire di idee e pensieri differenti. Tu mi aspetti, ma non rimani: stavolta sono io a prendere appunti anche per te.
F.: (tra sé) Ti osservo da dietro, ti ho aspettata ma non sono potuta rimanere. Sono fuori, passeggio nel corridoio e sistemo le ultime cose. Domani non torneremo più qui, domani non tornerò. Il nostro viaggio si sta per concludere: mi godo ogni secondo di qualcosa che il tempo mi ha lentamente portato via, i bisbigli, le ultime occhiate rubate, gli ultimi interventi, le ultime risatine stanche.
S.: (tra sé) Le ore si fanno corpose, sento i minuti scorrere nella mia testa, poi i secondi. Mi guardo intorno e niente è più uguale a prima. Il marmo lucido del pavimento non riflette più la luce solare che fino a qualche attimo prima trapelava dall’esterno.
F.: (tra sé) Ora è il momento. Ora è teatro, spettacolo. Ora è buio, è silenzio.
La stanza si è impregnata di una luce artificiale fredda, fioca. Il brusio si è spento lentamente. Le luci si sono abbassate ancora. Il silenzio si è fatto denso, quasi sacro. È giunto il momento di oltrepassare la soglia che separa la quotidianità dal rito teatrale, il momento di lasciarsi guidare e di prendere parte al viaggio di Ulisse, voce di tutti coloro che non sanno scegliere tra una casa a cui tornare e una terra ancora da scoprire, voce di coloro che soffrono nel lasciare ma che soffrono altrettanto nel rimanere.
S.: (tra sé) Lo spettacolo è un mare in tempesta di parole forti, di parole dense di significato, quasi pesanti nella loro interezza, mentre le dita della dolce Penelope quasi sfiorano il pubblico, come per chiamarlo a condividere con lei quel sentimento di dolore per l’attesa del marito. Adesso, mentre la voce plasma di fronte a me delle immagini, capisco di non star semplicemente vivendo le emozioni di Ulisse, ma di star compiendo anch’io un vero e proprio viaggio.
F.: (tra sé) Le luci, i suoni, i silenzi, tutto si sta come trasformando in qualcosa di più grande di noi.
S.: (tra sé) Sento quasi che una parte di noi sta cambiando…
F.: (tra sé) …come se stessimo recuperando la capacità di sentirci pienamente presenti, vulnerabili, vive.
S.: (tra sé) Siamo entrate in questa stanza sapendo che esistono soglie da superare, e ne usciamo con la consapevolezza che molte di queste si possono superare soltanto da soli.

 

INT. – MESSINA – FUORI DALL’AULA MAGNA DEL RETTORATO – 6 NOVEMBRE – POMERIGGIO
Sara e Francisca finalmente si ritrovano dopo lo spettacolo. Un lungo sospiro, uno sguardo complice…

F.: Il sipario cala su Clastea VIII.
S.: Il viaggio si è concluso.
F.: Io credo che, invece, sia appena iniziato.