CENERE

per una poetica dell’impossibile

studio da La terra desolata di T.S. ELIOT

 

con
Giulia Messina

musiche originali
Vincenzo Quadarella

disegno luci
Stefano Barbagallo

regia e drammaturgia
Auretta Sterrantino

assistente alla regia
Elena Zeta

assistente volontario
William Caruso

Osservatorio critico e Ufficio Stampa
Vincenza Di Vita

QA-QuasiAnonimaProduzioni/Nutrimenti Terrestri

La cenere è parte del rito del lutto. La cenere è polvere alla quale torniamo. La cenere è resto, residuo ma al contempo caparbia testimonianza di un’esistenza passata. Traccia di un’orma di senso, la cenere è sabbia che scandisce un tempo deserto in cui siamo soli, sempre più soli. E nudi, scarnificati.

Lo studio, per una poetica dell’impossibile, parte da La terra desolata di T. Eliot con la sua partitura, per indagare quel senso di incombente desolazione post-catastrophe che sempre mette a rischio l’umanità per poi vederla risorgere. Nuova? Migliore?

«Donne si accalcano su seggi come troni bruniti, con pellicce appese al chiodo che reclamano la luce di gioielli abbaglianti come speciali puntati sul loro volto satellite.»

Lo spettacolo scandaglia la frammentazione del tempo presente attraverso uno sguardo ora malinconico ora feroce che su un tempo ciclico persistente che si ripete senza sosta. La poetica dell’impossibile, di cui al sottotitolo, rappresenta da una parte la spinta a scrollarsi di dosso ciò che non è più sopportabile, dall’altra una vocazione irriducibile a tendere con ogni mezzo ed energia verso ciò che sembra impensabile da raggiungere. Un invito dal margine a oltrepassare il limite.

«Da vivi seppelliamo la spinta verso un’azione totale,
accettiamo passivi di avanzare in una marcia letale».

Il tempo diventa una giostra, il passato è stato disarcionato a beneficio di un presente senza futuro. Corpo, gesto, movimento, spazio, parola, ritmo, respiro, musica, buio e luce sono la grammatica di questo lavoro visionario che tenta di rendere viva la morte pandemica dell’eterno testo di Eliot.

«Cado nel brivido cosmico di questo infinito vuoto pneumatico
eppure rammento qualcosa di altro e ad altro mi voglio aggrappare».

 

I TAPPA: 27 LUGLIO e 11 AGOSTO 2020 – Cortile Teatro Festival, Messina

ESTRATTI RASSEGNA STAMPA

INFOMESSINA: Cenere, La liturgia del sentire al confine tra vita e morte, 28 luglio 2020
GIUSI ARIMATEA: «Auretta Sterrantino, drammaturga e regista messinese che, nel solco della tradizione letteraria, riflette una volta di più sul presente, mettendo lo spettatore dinanzi al vuoto, all’illogicità dell’esistenza. Lo stile è riconoscibile e personale: la cura maniacale della parola, in un gioco al massacro di sensi e intelletto, cui sottostà la grammatica del corpo, mediatore per eccellenza di turbamento emotivo, di paure. Intimamente avvinghiato alla crisi del presente, connotazione naturale del teatro, “Cenere” trae spunto dall’inferno che Thomas Stearns Eliot ha edificato sui versi del poemetto “La terra desolata”, ove peraltro confluisce un immenso repertorio artistico strappato al tempo: contaminazioni che ben si confanno alla poetica di Auretta Sterrantino, costantemente protesa all’esplorazione di quei paradisi letterari, musicali, figurativi ai quali ancorare questo presente nell’attimo esatto in cui rischia di inabissarsi per sempre. […] Nell’universo metaforico congegnato da Auretta Sterrantino, che di “Cenere” è autrice e regista, il linguaggio è costantemente evocativo, in un sofisticato andirivieni di gesti e parole che esigono livelli vocali ben studiati. L’ordinaria musicalità della langue è messa a soqquadro dalle musiche originali di Vincenzo Quadarella, che decostruiscono e ricompongono il testo, assumendosi la responsabilità di condizionarne il senso. Corretta e significativa presenza in scena di Giulia Messina, ai limiti della violenza nel trasferire sé stessa allo spettatore, con quella morsa cara a Stanislavskij che è procurata, in tal caso, da un semplice sguardo. L’attrice possiede peraltro le doti fisiche e tecniche richieste da un individuo che non è donna, che non è uomo. E che è corpo, prima di diventare materia».

SIPARIO: CORTILE TEATRO FESTIVAL 2020 – “Cenere. Per una poetica dell’impossibile” regia Auretta Sterrantino, 29 luglio 2020
GIGI GIACOBBE: «Auretta Sterrantino privilegia un “Teatro di Poesia” (Omero, Cervantes, Shakespeare etc.), in cui le parole si arroventano prendendo fuoco all’interno d’un tabernacolo, ingrigendosi poi, diventando infine Cenere, come il titolo dello spettacolo messo in scena nel cortile del Palazzo Calapaj-D’Alcontres, in uno stile quasi “povero” secondo i dettami grotowskiani: architettando una pedana lignea di alcuni metri quadrati, sulla quale agiva, come una sua proiezione mentale, la giovane 22enne Giulia Messina che per 75 minuti, con movimenti di “Teatro Danza”, riscontrabili nel Tanztheater Wuppertal di Pina Bausch, sfoderava una voce armonica e ficcante, dipingendo nel contempo un’infinita varietà di posture, in prevalenza feline, introducendo il pubblico, disposto in cerchio e distanziato secondo le disposizioni sul Covid-19, all’interno d’uno dei più attraenti e significativi poemi del XX secolo che è La terra desolata (1922) di Thomas Stearns Eliot».

Gazzetta del Sud: La “Cenere” nell’anima e i versi di Eliot, 31 luglio 2020
MILENA ROMEO: «La Sterrantino, con la consueta raffinatezza e profondità, rivisita e scompone il testo di Eliot […] tra le maglie di questi labirinti si innesta il lavoro della regia di “Cenere”, con la recitazione scandita come da una coefora… per generare deflagrazione, combustione, incanto».

ILBUGIARDINO: CENERE. L’invisibile reso visibile per una poetica dell’impossibile, 3 agosto 2020
LELIO NACCARI: «La parola levigata e scandita è utensile preciso, che come il gesto agisce oltre l’ordinario, inchiodando un affresco post umano. La poesia del e nel corpo opera a livello post conscio. Il gioco non è riconoscersi, se non come forze in causa dell’avvitata critica e nella scontentezza verso un genere umano decisamente fuori rotta, senza sapere dove si sta andando. Assistere alla tempesta di suoni e movimenti che lasciano l’attrice/macchina – concentrata e in grado di reggere da sola l’ora e un quarto dell’affilato round col pubblico – vuota anche di se stessa. L’attrice scompare alla sua biografia in un impeto di energia potente ma canalizzata, asservita a una partizione precisa, strutturata e a tratti meccanica, elevandosi, con la perdita di sé, a Supermarionetta che nulla più ha di umano, e per questo adatta a veicolare le idee di un teatro che vuole spingersi al di là del reale manifesto, per toccare gli aspetti più oscuri e obliqui dell’essere».

STRAIGHTON: Auretta Sterrantino | CENERE. Per una poetica dell’impossibile, 16 agosto 2020
LEONARDO MERCADANTE:
«Il pubblico è perso negli atti di un Profeta in treccia e completo color carne che reitera significanti fonetici e gestuali quotidiani e ultra-quotidiani, i quali evocano porte che conducono ad altre porte di un edificio scenico polverizzato, dove tentare di scorgere qualche rovina è solo «Vanità delle Vanità». Sono stati in molti a tornare alla seconda replica, e tutti si sono portati dietro qualcuno. […] Il lungo applauso ci riporta con i piedi per terra, fuori (?) dalla cenere. La performance è finita, gli interrogativi rimangono. Forse l’unica certezza è che «CENERE – per una poetica dell’impossibile» sia una di quelle performance alle quali bisogna “cedere” più che “assistere”. Chi conosce e apprezza il lavoro della Sterrantino vi ritroverà alcuni dei suoi tratti caratteristici. Chi invece non appartiene a questa categoria potrebbe, alle prossime repliche, trovare un’occasione per mettersi alla prova».