#ATUPERTU CON GLI ATTORI DI QUANDO, COME UN COPERCHIO

INTERVISTA A ORESTE DE PASQUALE
È uno spettacolo sospeso tra spazio e tempo, una danza di silenzi, un caos ordinato di emozioni, un lungo poema di fogli scritti a macchina. Quando, come un coperchio è uno dei testi più belli e complessi che mi sia ma trovato a recitare. È un omaggio commosso e commovente ad alcuni dei più grandi scrittori del nostro tempo. Uno spillo che punge l’anima, senza far male, stillando quelle gocce di pensiero e infinito che l’uomo tende sempre a tenere nascoste.
È certamente lo spettacolo più impegnativo a livello emotivo che abbia mai affrontato. Scava nell’animo e nell’anima, nell’intimità, quindi l’approccio risente necessariamente di qualsiasi esperienza vissuta, anche quelle all’apparenza più insignificanti. Sento che il testo è maturato dentro di me, ora è diverso, ne ho una consapevolezza maggiore. E continuerebbe a cambiare se dovessimo rimetterlo in scena fra sei mesi, un anno, cinque anni. È una delle magie di questo spettacolo, che per quanto mi riguarda è il mio preferito tra quelli scritti fino ad ora da Auretta.
Quando, come un coperchio rappresenta un viaggio. Un viaggio dentro sé. Questa è una costante delle drammaturgie di Auretta, ma nel caso specifico è una cosa che sento ancora di più. Un viaggio alla scoperta dei propri limiti, ma anche un viaggio nella difficoltà di rivelare questo “sé” agli altri, persino alle persone più vicine. Un viaggio sul lato oscuro della luna, alla ricerca spasmodica della luce, quella luce che troppo spesso viene soffocata da un coperchio, nero, spesso e pesante.
L’esperienza romana al Festival dell’Arena con Erebo è stata bellissima sotto ogni punto di vista, ma sarò sincero, recitare nella propria città ha sempre un sapore particolare, diverso. È al tempo stesso più facile e più difficile, il pubblico ti conosce e quindi si aspetta sempre il meglio.
Sicuramente siamo tornati cresciuti da Roma, consapevoli che ormai il nostro, parlo di QA, è un progetto con delle fondamenta solide, che deve andare avanti. Non sarà facile raggiungere una dimensione nazionale ma è il nostro obiettivo principale, senza assolutamente dimenticare che le nostre radici sono qui “in questo breve tratto di mare, in questo oceano grande come la vita, come l’esistenza”, per usare proprio le parole dello spettacolo.

INTERVISTA A GIADA VADALÀ
Il testo di questo spettacolo mi appartiene in modo particolare. Per motivi personali lo sento fortemente. È qualcosa che, in parte, nel bene e nel male, vivo quotidianamente. Riguardo la tecnica si tratta di un mix tra linguaggio aulico (pura poesia) e linguaggio quotidiano. È una bella sfida per un attore. I personaggi sono abbastanza delineati ma comunque pieni di mille sfaccettature. Siamo una coppia tutta da ri-raccontare e ri-vivere.
Quando un attore si riprepara per uno spettacolo già fatto, secondo me, inevitabilmente si approccia in maniera diversa, trova nuove strade, nuovi modi d’essere, perché porta in scena con se giorni in più di vita, di vissuto. Dunque sarà sicuramente diverso.
L’esperienza romana mi ha arricchito e torno a Messina più soddisfatta e orgogliosa ma a prescindere da tutto ritengo che su qualsiasi palco, davanti a qualunque pubblico bisogna sempre cercare di dare il massimo di se stessi con la stessa “insicurezza”, le stesse “paure”, la stessa emozione della prima volta! Questo porta un attore a dare sempre di più…altrimenti è la fine. Se non ti batte più il cuore, devi smettere!»