UN INCANTESIMO MAI LANCIATO

L’OSSERVATORIO CRITICO DI QA PER IL CORTILE TEATRO FESTIVAL 2022 – MESSINA
di A. Ansaldo

Il Cortile Teatro Festival prosegue con il debutto di Umanità Nova, studio in forma di monologo prodotto da Sciara Progetti Teatro e Carullo-Minasi, con Cristiana Minasi e Giuseppe Carullo che, rispettivamente, dirigono e interpretano il testo scritto da Fabio Pisano.
Giuseppe Carullo è Angelo Casile, un anarchico calabrese nato e cresciuto nella Reggio Calabria di fine anni Sessanta. La storia prende il via al termine di una dichiarazione fatta dall’attore stesso: lui quegli anni non li ha vissuti, non ne ha esperienza diretta, non sa cosa vuol dire lottare per le proprie idee durante gli anni di piombo. Subito dopo, Carullo abbandona l’attore per diventare Casile, narrando la sua vita dall’infanzia, il periodo in cui ha contratto le due ‘malattie’, come egli stesso le definisce, che lo condizioneranno per il resto della sua esistenza: la poliomielite e l’anarchismo. Inizia così il viaggio del protagonista per rivendicare la sua ideologia, antagonista e sovversiva agli occhi dei più. La narrazione prosegue raccontando la ricerca del proprio posto nel mondo, delle tensioni con polizia e forze politiche opposte e del ruolo di capro espiatorio assunto dagli anarchici all’interno della cosiddetta strategia della tensione.
Narrativamente, Umanità Nova sfrutta archetipi ben consolidati nel nostro immaginario: quello dei ‘reietti’, degli emarginati potenzialmente pericolosi agli occhi del potere costituito, che lottano per esistere in un mondo ostile. Lo spettacolo sin da subito si colloca nell’ambito del racconto realistico, scegliendo di far confrontare il protagonista con realtà comuni ma via via sempre più oppressive, partendo dalla famiglia e proseguendo con le fazioni politiche ostili e le forze dell’ordine. Il testo di Fabio Pisano cerca di mescolare il dramma dell’oppressione con momenti di maggior leggerezza, incontrando talvolta qualche risata dal pubblico. La scelta di mescolare diversi toni nel racconto non risulta incoerente o fuori luogo ed è, anzi, uno dei punti su cui basare la seconda parte dello spettacolo. Perché Umanità Nova è solo la prima parte di una storia più grande ed è da questo che si può partire per parlare dei suoi problemi: a prescindere dalla presenza di una seconda parte, lo spettacolo meritava una maggiore autonomia narrativa.
Angelo Casile affronta le tiranniche condizioni a cui un anarchico deve sottostare nell’Italia degli anni di piombo, confrontandosi con il pregiudizio, l’antagonismo e l’oppressione che esercitano su di lui i personaggi che gli gravitano attorno; di queste premesse, che sembrano anticipare conflitti laceranti, alla fine non resta nulla. Il finale è inefficace per la sua incapacità di chiudere un cerchio, come se rimandasse questa responsabilità interamente al suo sequel, lasciando il protagonista senza rilevanti maturazioni o cambiamenti: Angelo Casile, semplicemente, cresce, aderisce all’anarchismo, forma un gruppo di amici e militanti, subisce le conseguenze della sua scelta e anticipa nuove mirabolanti avventure nel seguito. Il protagonista non ha mai un dubbio, non sembra mai interrogarsi seriamente su ciò che lo circonda e la sua storia va dal punto A al punto B senza significativi picchi emozionali, lasciando cadere ogni avvenimento in un finale anonimo. A tutto ciò va ad aggiungersi la rivedibile interpretazione di Giuseppe Carullo, mai davvero incisiva. Caratteristica dei lavori targati Carullo-Minasi è l’assimilazione di attore e personaggio, facendo sì che in scena, indipendentemente dalla storia raccontata, né Giuseppe Carullo né Cristiana Minasi scompaiano completamente. Però in Umanità Nova la dichiarazione iniziale di Carullo lascia presagire un abbandono totale dell’attore per lasciare spazio solo al personaggio, cosa che non avviene: in scena non c’è mai Angelo Casile, semmai c’è Carullo che lo interpreta e per di più con frequenti inciampi nello speech. Lo stesso accade in alcune parentesi in cui l’attore interpreta altri personaggi, in particolare delle anonime figure di potere come membri delle forze dell’ordine o esponenti della DC: le transizioni da un personaggio all’altro sono segnalate da gesti semplici (togliersi la giacca del completo scuro o arrotolarsi le maniche della camicia) che però non riescono a restituire un passaggio chiaro da un ruolo all’altro. Attraverso questi gesti e l’interazione con delle sedie pieghevoli, unico props drammaturgicamente rilevante, Carullo rievoca diverse situazioni, come un pestaggio in caserma, con semplicità, riuscendo, nonostante tutto, a portarci nei luoghi di cui parla. Le sedie non sono però l’unico elemento scenico presente, poiché sul palco è presente anche un pc, il cui scopo è riprodurre musica o la voce automatica del traduttore di Google. La presenza del computer e il suo utilizzo creavano un effetto straniante e risultava, sostanzialmente, fuori luogo: anche a notevole distanza si riusciva a vedere la schermata di Spotify o di una pagina web, provocando un totale distaccamento dalla storia narrata che ne usciva ancor più indebolita. Le musiche, gestite direttamente da Carullo on stage, formavano una compilation di brani celebri di artisti come Rolling Stones, Iggy Pop e David Bowie, tutte canzoni profondamente radicate nell’immaginario collettivo. Eppure, nonostante la bellezza dei brani, questi risultavano come un piacevole accompagnamento, senza mai essere drammaturgicamente rilevanti, sembravano più un orpello che sottolinea in modo didascalico ciò che accade: viene utilizzata The Passenger di Iggy Pop per raccontare un viaggio, viene usata Paint It Black dei Rolling Stones per richiamare il colore delle divise delle autorità più oppressive, oppure viene utilizzata Bella Ciao durante un pestaggio in caserma, in un tentativo di agire per contrasto che si rivela piuttosto pigro.
Gli anni di piombo e la politica italiana di quell’epoca sono, purtroppo o per fortuna, una miniera d’oro per artisti d’ogni genere. La lotta e la fame dei giovani in lotta contro un sistema oppressivo e inattaccabile, le continue ingiustizie accompagnate dalla voglia di rivalsa, così come i continui intrighi di palazzo, sono tutti ingredienti per creare storie potenzialmente indimenticabili. Noi italiani del XXI secolo proviamo una notevole fascinazione per quegli anni mai vissuti, come se fossimo sotto un incantesimo. In Umanità Nova quest’incantesimo non viene mai lanciato, per via di scelte rivedibili e di troppi errori, indipendenti dai notevoli problemi tecnici verificatisi durante la serata. C’è ancora tanto da raccontare, da scavare nella torbida storia del nostro Paese, sperando che il prossimo racconto sia narrato meglio e che sappia lasciare un segno nella mente degli spettatori.

 

UMANITÀ NOVA
cronaca di una mancata rivoluzione
con
 Giuseppe Carullo
regia Cristiana Minasi
drammaturgia Fabio Pisano
assistente alla regia Sergio Runci
collaborazione Fabio Cuzzola, Giovanna La Maestra, Massimo Ortalli
consulenza musicale Alessandro Calzavara
produzione Sciara Progetti Teatro e Carullo-Minasi

visto al CORTILE TEATRO FESTIVAL di Messina
diretto da Roberto Zorn Bonaventura
Castello di Sancho