#ATUPERTU: LA REGIA DI CAINO

NOTE DI REGIA

“Caino. Homo Necans” è un testo che può apparire semplice a una prima lettura. È frutto di un lunghissimo studio e di un altrettanto lungo periodo di sedimentazione innanzitutto di una serie di testi legati alla figura di Caino e anche di Abele: Kain di Friedrich Koffka, Caino di José Saramago, e Caino di Mariangela Gualtieri. A queste letture se ne devono aggiungere altre più generiche relative alla Bibbia, alle pratiche religiose, ai riti di purificazione, letture sulla colpa e il peccato, letture fondamentali come Da Dioniso a Cristo. Conoscenza e sacrificio nel mondo greco e nella civiltà occidentale di Giuseppe Fornari, Elogio dell’ombra di Jorge Luis Borges e chiaramente la Commedia di Dante e Homo Necans. Antropologia del sacrificio cruento nella Grecia Antica di Walter Burkert.
Questo solo per citare i testi principali. La complessità della tematica, delle sue componenti, delle sfumature, del diverso taglio che ho scelto di dare alla storia, mi ha suggerito di optare per una scrittura “semplice” che imitasse la liturgia: solenne, ricca di ripetizioni, asciutta e apparentemente diretta. In realtà, anche in questo caso, il piano della conversazione si sposta oltre il contingente e i temi affrontati sono esistenziali. A prendere il sopravvento su tutto è l’ansia di essere attraverso un tentativo di comprensione del mistero della vita, che si scontra con la totale accettazione di tale mistero come un dogma da accogliere e di cui mettersi al servizio.

Ho iniziato ad accarezzare l’idea di questo testo proprio leggendo Saramago e mi sono decisa a metterlo in scena leggendo Koffka e le critiche mosse al suo testo e alla sua messinscena. Dante mi ha convinto di essere nel giusto e che il tema meritasse uno studio più lungo, nel tempo e nei soggetti. Da qui l’idea che Caino faccia parte di una trilogia dedicata ai portatori di colpa o al tradimento insieme a Giuda e Gesù.

In questo caso è facile puntare il dito contro Caino, ma come tutto quello che è facile forse merita una ulteriore riflessione. Venivamo da un lavoro come “Nudità. Chiaroscuro permanente”, sarebbe stato impossibile non applicare quelle istanze e quei turbamenti a un testo come Caino.

Caino e Abele sono il chiaroscuro, un unico soggetto spaccato in due che ci mostra come dentro ognuno di noi possano albergare i sentimenti più contrastati. Il tormento, la malattia, l’ossessione sono l’oggetto della nostra riflessione che va ben oltre gli assunti di bene e male e di essi rifiuta la distinzione netta e tranciante. Allora l’idea, così come stiamo provando a fare in tutti i nostri lavori come QA – e penso all’album ControLuce de La Casa delle Candele di Carta in cui si è lavorato sul mito rovesciato – è quella di ribaltare la prospettiva e imparare a guardare il “già noto” con altri occhi, a raccontarlo in un modo diverso. A volte siamo troppo sbrigativi e poco critici rispetto a ciò che conosciamo o presumiamo di conoscere, invece dietro ciò che sembra ovvio, immutabile, chiaro, incontestabile, si nasconde il dubbio, l’interpretazione.

Il testo che ne è venuto fuori, dicevo semplice apparentemente, è ricco di sfumature, eppure sembra scolpito nella pietra, un confronto antico e immutabile. In questo senso la difficoltà nel metterlo in scena è stata innanzitutto affrontare con gli attori un percorso che consentisse loro di attraversare ogni piega, ogni sfumatura, di sentire ogni cambio, lavorando su tutti i livelli: la reazione, il sentimento, il pensiero, i retropensiero, il consapevole, l’inconsapevole, il conscio, l’inconscio. Attraversando con gli attori ogni stato emotivo, abbracciando tutta la gamma di sensazioni, anche le peggiori, quelle che vorremmo non sentire mai. Abbiamo lavorato sull’eccesso e poi sulla sottrazione, quindi abbiamo cercato un equilibrio, laddove per equilibrio abbiamo voluto intendere quel punto in cui confluiscono più forze ma nessuna riesce a prendere il sopravvento sull’altra. Questo percorso abbiamo dovuto farlo anche attraverso il movimento e il rapporto con le musiche e lo spazio scenico.

Non mi piace dare una contestualizzazione decisa e precisa dei tempi e dei luoghi, ancor meno mi convinceva per Abele e Caino. Essi rappresentano l’archetipo e in quanto tale sono fuori dal tempo e dallo spazio e in ognuno di noi, là dove ciascuno deve collocarli. In questo modo diventa necessario che l’azione sia invece totalmente definita, altrimenti si rischia che l’attore perda ogni riferimento e il personaggio non possa trovare dove attecchire. Dunque anche in questo caso abbiamo lavorato sul movimento e soprattutto sulle differenze tra Abele e Caino. Le parti su musica ci raccontano una ricerca dell’altro e del sé che è tormentata e sofferta perché passa attraverso il rifiuto e un forte senso di inadeguatezza a cui ci condanniamo noi stessi con la complicità di chi ci giudica senza appello.

Quello da cui partiamo è certamente un teatro di parola, la parola è la base, elemento fondante della messinscena teatrale, depositaria di senso.
Ma la parola a teatro è azione, verbo. In quanto tale non voglio che sia racconto ma che esprima e si esprima tanto attraverso il dire, quanto attraverso il fare, in uno scambio costante che possa renderla attraverso il gesto e il suo arcano potere, sacra e forte e non una parola in mezzo a tante altre.

Auretta Sterrantino