LEI COME TUTTI NOI

L’OSSERVATORIO CRITICO DI QA PER MINIMA MENTE BLU
di Giulia Cavallaro

«Ma la minima mente».
Una menzogna, un velo che cela la realtà, la scoperta di sé stessi.
Minima Mente Blu, lo spettacolo scritto e diretto da Auretta Sterrantino, interpretato dalla bravissima Giulia Messina, andato in scena il 17 settembre presso l’Area Iris per il Cortile Teatro Festival 2022, è un percorso di ricerca che culmina con la riscoperta e la disillusione.
Superata la biglietteria e preso posto, ci si trova già davanti l’attrice, su una pedana a ‘T’, chiusa in una bolla in cui piano piano inizia a entrare anche lo spettatore. Inizialmente c’è solo il movimento, una serie di segni e figure che si ritroveranno durante tutto lo spettacolo. La pièce, come consueto per i lavori della Sterrantino, unisce parola, musica e movimento in una dinamicità che permette allo spettacolo di essere fruito da tre lati, non soffrendo della frontalità di un palco, ma facendo avvertire una maggiore vicinanza tra l’attrice e la platea.
La musica è una delle protagoniste della scena: ad accompagnare e scandire la pièce ci sono i brani firmati da Vincenzo Quadarella che creano una rete che va oltre la parola, assecondando sensazioni e suggestioni della protagonista e del pubblico stesso, che la accompagna nel suo viaggio. Un altro aspetto molto importante per la creazione dell’insieme è il disegno luci, curato da Stefano Barbagallo, che, con cambi più o meno repentini, colora i movimenti di Sibilla. Il colore, parte fondamentale dello spettacolo, viene meno nella scelta del costume di scena, un abito lungo nero che si pone come tela dipinta da luci, parola e musica. Un semplice foglio bianco (in questo caso nero) che si fa strumento.
La protagonista è Sibilla, è lei la minima, metà di una semibreve che componeva con la sorella Xenia, ed è lei la cavia degli esperimenti dei suoi maestri, Kappa ed Esse (ispirati a Kandinskij e Schönberg). È smarrita, persa, barcolla in un mondo dove tutte le sue certezze sfumano progressivamente, permettendole di arrivare infine alla sua profonda nudità.
Sebbene la parola venga ridotta all’osso ed evochi una serie di immagini ben precise, lo spettatore riesce a immaginare gli spazi descritti da Sibilla e a comporre una propria personale mappa. All’inizio, ad esempio, Sibilla, fidandosi di Kappa ed Esse, segue le loro istruzioni per creare il blu cobalto: attraversa il ponticello, supera la locanda, sorpassa «l’albero dei desideri», arriva a un pozzo e poi in una cattedrale… e chiunque la guarda riesce a creare un itinerario diverso da chi ha accanto. La bellezza credo stia nel non avere soluzione, nel non potere vedere come sia davvero ciò che è oltre Sibilla, ma nel riuscire a essere trascinati nella bolla che lo spettacolo crea, lasciando fuori tutto il resto e riuscendo a scavare dentro qualsiasi spettatore che decida di mettersi completamente in ascolto e fidarsi di Sibilla.
Kappa ed Esse, i suoi Maestri, la fanno protagonista di un esperimento: conoscere la sua nudità non come «inutile silhouette», ma arrivando a ciò che di più profondo c’è dentro di lei. Una nudità che fa male, che fa cadere ogni velo, che costringe a fare i conti con i propri fantasmi. Un percorso di consapevolezza in cui il pubblico tenta di ricostruire i pezzi del proprio puzzle e di quello della protagonista.
Ci sono delle sequenze in cui la parola viene meno, permettendo allo spettacolo di avere dei punti di respiro per attraversare una storia che ha bisogno di tempo per essere metabolizzata, una storia costruita su immagini forti che, nell’insieme, riescono a suggestionare chi guarda, facendolo alzare alla fine travolto dalla desolazione della realizzazione di una ricerca che non termina con l’esito sperato. Non si risolve, si prende atto e si va avanti, consci che il passato così com’era non potrà tornare, consci che restare legati al passato sia restare attaccati a un salvagente che potrebbe sgonfiarsi da un momento all’altro.
Lo spettacolo si chiude non con una risposta o una soluzione, ma con tante domande, come il teatro dovrebbe fare. Le luci si spengono gradualmente e la musica va a finire, Sibilla mette un punto e virgola alla sua storia, non rompendo però ancora l’equilibrio dello spettacolo: girando come un carillon, non abbandona il palco finché il pubblico, entusiasta per la pièce, inizia ad allontanarsi dalla platea ed esce dalla bolla. Non si esce certamente come si è entrati, Sibilla non è passata senza far rumore e, nonostante tutto sia ormai finito, lo spettacolo resterà annidato per un po’ nelle menti degli spettatori.
Il ricordo, però, non deve intrappolare come le «barche contro corrente» di Fitzgerald, che rincorrono un passato che si deve lasciare andare, ma essere punto di partenza per un processo di consapevolezza. E questo vale per Sibilla, che durante tutto lo spettacolo attraversa una forte presa di coscienza, e per lo spettatore che, passato il varco della biglietteria per tornare a casa, forse, sarà attorniato dalle domande e inizierà a indagare sulla sua nudità.
I ricordi restano, ma Sibilla va avanti, non resta intrappolata.
Lei come tutti noi.

 

MINIMA MENTE BLU
Accordi sintetici per una nudità d’essenza
II studio su V. Kandinskij e A. Schönberg
I capitolo della Trilogia sull’Arte
con Giulia Messina
regia e drammaturgia Auretta Sterrantino
musiche e progetto audio Vincenzo Quadarella
disegno luci Stefano Barbagallo
assistente alla regia Elena Zeta
ufficio stampa e comunicazione Marta Cutugno
produzione QA-QuasiAnonimaProduzioni / Nutrimenti Terrestri

visto al CORTILE TEATRO FESTIVAL di Messina
Diretto da Roberto Zorn Bonaventura
Castello di Sancho

Ph. Giuseppe Contarini – Fotoinscena